Mafia Capitale: «Dimissioni subito», ma Marino e Zingaretti non si schiodano

Nuova giornata di proteste in Campidoglio, dove la giunta Marino resta arroccata nonostante le richieste di dimissioni arrivino da ogni parte e l’inchiesta faccia emergere nuovi contatti con la cricca del “mondo di mezzo”.

Le manifestazioni in piazza

Sulla piazza si sono ritrovati CasaPound, esponenti della Lista Marchini e lavoratori di Roma Multiservizi, ognuno per conto suo, ma tutti con la stessa richiesta: Marino a casa. «Elezioni subito», si leggeva sullo striscione di CasaPound, mentre «Marino dimettiti» era la frase ricorrente sugli striscioni degli esponenti della Lista Marchini. E al grido di «dimissioni» si sono uniti anche i lavoratori della municipalizzata che hanno parlato di «un’amministrazione di corrotti».

Le proteste in aula

Contemporaneamente all’interno dell’aula Giulio Cesare andava in scena un’altra seduta di consiglio lampo, come lampo è stata quella dell’altro giorno per sostituire i consiglieri che si sono dimessi o sono stati arrestati per via di Mafia Capitale. Il tema della seduta era il bilancio, ma «per l’impossibilità dell’assessore Scozzese a restare in aula» la seduta è stata sospesa subito dopo la sua relazione. Ne è scaturita una protesta delle opposizioni, che al grido di «dimissioni» e «dignità», hanno sottolineato che «la maggioranza non è in grado di governare la città».

La giunta Marino minaccia querele

Epperò, a dimettersi Marino & co. non ci pensano affatto e, anzi, per il tramite dell’assessore alla Legalità, Alfonso Sabella, annunciano querele nei confronti di chi ricostruisce i contatti tra Salvatore Buzzi e la segretaria del sindaco, Silvia Decina. «Si tratta di falsità», «ci vogliono infangare», è il refrain. E poco importa che ci siano delle intercettazioni in cui la Decina chiama Buzzi per aggiornarlo sull’andamento della costruzione di un Leroy Merlin su un terreno del Comune. Loro, continuano a dire, sono un «baluardo» contro l’illegalità.

La mozione di sfiducia contro Zingaretti

Stesso ritornello anche in Regione, dove il governatore Nicola Zingaretti si trincera dietro il fatto che «nessun membro della giunta risulta indagato», ma non parla, per esempio, del suo capo di gabinetto, Maurizio Venafro, che a marzo s’è dimesso perché indagato per turbativa d’asta, o del capogruppo regionale del Pd, Marco Vincenzi, che si è dimesso l’altro giorno dopo l’emersione di suoi contatti con Buzzi. Anche alla luce di questi episodi, il centrodestra ha depositato una mozione di sfiducia nei confronti di Zingaretti. «L’auspicio – ha detto il capogruppo di Forza Italia, Antonello Aurigemma – è che anche i consiglieri del Movimento 5Stelle vogliano sottoscrivere questo atto e che esso venga rapidamente calendarizzato e discusso in Aula».

La posizione di Rosy Bindi

Ma non ci sono solo le opposizioni cittadine a chiedere le dimissioni di questi due «baluardi» del Pd a Roma. E, anzi, sarebbe più corretto dire che, di fatto, gli unici a difenderli a oltranza sono gli esponenti del Pd renziano, dal presidente del partito Matteo Orfini al vicesegretario Lorenzo Guerini. Ma già se si esce dal perimetro del “giglio magico” le cose cambiano. «Si valuti se la politica per il bene delle istituzioni debba fare un passo indietro: si trovi una soluzione politica», ha detto Rosy Bindi, precisando che «non sto dando indicazioni, ma un partito politico deve essere al servizio delle istituzioni e semmai fare un sacrificio se le istituzioni possono essere a rischio».