Le elezioni regionali lo dimostrano: bisogna saper costruire la coalizione

Sì, d’accordo, la strategia giusta. Sì, ovviamente, la comunicazione efficace. Ma a determinare il risultato finale delle elezioni regionali (quelle nazionali seguono altre dinamiche) sono principalmente le alleanze che portano alla composizione delle coalizioni. È lampante: il centrodestra – in un momento di frammentazione massima della classe dirigente e demotivazione del proprio elettorato potenziale – vince in Liguria (e rischia di farlo anche nella rossissima Umbria), perché si presenta unito. Il centrosinistra, al contrario, nel massimo splendore nazionale, perde in Liguria, perché diviso.

Elezioni regionali, decisiva la somma algebrica

Ad eccezione di rarissimi casi in cui i votanti – a prescindere da questo o quel candidato – esprimono maggioritariamente un voto di protesta (come alle comunali del 2011, ad esempio) verso una crisi sistemica economica o politica, normalmente è la somma algebrica delle liste che compongono l’alleanza che fa il totale (come racconta George Cloneey nel suo “Le idi di Marzo”). Con buona pace degli spin doctor. Che pure servono, per carità, ma a cui non va mai lasciata totalmente carta bianca. Perché tutto sta nella capacità del leader candidato di costruire la coalizione, di scegliere i consulenti, di costruire uno staff che sia modellato su di lui. E non viceversa. È, e deve essere lui, il comandante in capo. Chi si lascia guidare eccessivamente da sedicenti “guru” finisce per snaturarsi, per rendere meno efficace il proprio messaggio, per vanificare un lavoro positivo di anni, fatto con sudore e sacrifici.

Il caso della Campania e di Caldoro

Prendiamo la Campania. Stefano Caldoro ha davvero preso in mano una regione moribonda. E, davvero, l’ha rimessa in carreggiata. Senza proclami, senza clamori. Semplicemente lavorando silenziosamente e seriamente. Senza fare polemiche, con un approccio anglosassone. Ce lo siamo ritrovati in campagna elettorale, partito con estremo ritardo, con pezzi di coalizione persi per strada, orientato essenzialmente alla demolizione del principale avversario. Lui, garantista autentico. Lui, che aveva risultati importanti da spendere. Gli hanno fatto occupare la classica casella sbagliata. Come un Monti qualsiasi, che in campagna elettorale si faceva immortalare (e mortificare) con un cagnolino bianco in braccio. Scelte di marketing politico che lasciano molti interrogativi. E così De Luca ha avuto buon gioco a fare la parte della vittima. A gridare alla congiura del sistema contro di lui. Un tema che noi meridionali apprezziamo sempre. Visto che ancora non abbiamo superato il trauma delle dominazioni che per secoli si sono alternate sui nostri territori, siamo intimamente solidali con chiunque gridi al sopruso sistemico e si mostri antisistemico verso i (presunti) oppressori. Un errore imperdonabile per chi gestisce la comunicazione strategica aver sottovalutato tale aspetto. Così come è stato un errore imperdonabile non aver considerato che i campani sono abituati da anni a votare per candidati bollati a livello nazionale come “impresentabili”.

Troppe le speculazioni “intellettuali”

Ma, vedete, queste restano speculazioni intellettuali, pippe mentali per addetti ai lavori, che così possono giustificare interviste, conversazioni e telefonate lunghissime per ragionare di massimi sistemi (e togliersi qualche sassolino dalle scarpe). La verità, come dicevamo in apertura, è che in politica vince chi sa farla, la politica. Chi si concentra sui flussi di voti e prova a cavalcarli. Chi riesce a gestire con sufficiente distacco la volatile influenza di queste diavolerie moderne come facebook e twitter; a dosare con freddo opportunismo le apparizioni in quella scatola di plastica che è la tv; ad usare sapientemente interviste e rapporti con la stampa. E che, magari, quando sente parlare di spin doctor alza lo sguardo, con un ghigno di certificata superiorità, verso la sterminata campagna irpina, osservata da un piccolo paese. Alla fine è da lì che si decidono le sorti della Campania, da decenni. Da quelle parti guardare House of Cards è una perdita di tempo che non ci si concede. Perché si pensa a governare la realtà. Non a ricalcare una sceneggiatura.