Ignazio Marino politicamente morto, inchiodato dagli ispettori del Mef

Si contano le ore al Nazareno. Ignazio Marino è oramai, politicamente, un morto che cammina, il condannato avviato tristemente sull'”ultimo miglio”. L’ultima rivelazione, pubblicata dal Corriere, sulla “sentenza” stilata dagli ispettori del Ministero delle Finanze che avevano esplicitato al sindaco di Roma l’allarme sugli appalti affidati alle coop di Buzzi violando deliberatamente la legge, è la mazzata finale sull’inutile primo cittadino che continua a baloccarsi con i finti matrimoni gay.
Quasi un anno e mezzo fa e ben dodici mesi prima che scattassero le manette ai polsi dell’intraprendente reuccio delle coop Salvatore Buzzi, Marino era stato avvertito brutalmente dagli ispettori del Ministero dell’Economia e delle Finanze che, puntando il dito su una delle coop di Buzzi, la Eriches 29, avevano crocifisso i metodi utilizzati dal Comune di Roma per dare gli appalti alla cricca. «Va rilevato – scrivevano gli ispettori nella loro relazione – come l’affidamento (alla Eriches 29, ndr) sia avvenuto in via diretta, in assenza di qualsivoglia procedura concorrenziale, sebbene l’importo del servizio sia largamente superiore al limite previsto dalla legge». Questo sarebbe già dovuto bastare a Marino per rendere una decisione. Cosa che non avvenuta. Ma gli ispettori Mef non si fermano qui. Proseguono implacabili sottolineando a Marino che sono «espressamente vietate» le proroghe e i «rinnovi taciti dei contratti». Cosa che, invece, andava avanti a tutto spiano.
Sotto l’occhio degli ispettori era finito, per esempio, l’affidamento diretto per 22,9 milioni per la struttura dell’ex-Fiera di Roma. Sebbene i contratti fossero scaduti nel giugno 2013 la Giunta Marino ha prorogato i contratti senza rinnovi formali.
Ben peggiori e più espliciti erano stati i rilievi degli ispettori del ministero delle Finanze sugli appalti dati a La Cascina, il colosso cooperativo della ristorazione, la cui partecipata, Domus Caritatis, assurta ora agli onori della cronaca perché, secondo i magistrati romani, lavorava a braccetto proprio con la cricca di Buzzi. Ebbene ecco cosa dicono gli uomini del Mef a Marino che oggi finge di cadere dalle nuvole: «Anche in questo caso sono estensibili le medesime censure relative alle modalità di affidamento del servizio ed al ricorso sistematico all’istituto della proroga contrattuale». Più chiaro di così. Ma, anche in questo caso, Marino non fa una mossa.
Oggi quell’immobilismo sfacciato, persino arrogante, rischia di affondare definitivamente Marino. Tant’è che alcuni giorni fa l’apposita Commissione prefettizia, composta dal prefetto Marilisa Magno, dal viceprefetto Enza Caporale e dal dirigente del Mef Massimiliano Bardani voluta nel dicembre del 2014 dall’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, e incaricata di verificare la possibilità dello scioglimento per mafia del Comune di Roma, ha sbattuto in faccia a Marino, chiamato a difendersi, proprio quella relazione e quei rilievi.
In queste ore il lavoro sta per passare di mano.  Dovrebbe arrivare a momenti sulla scrivania del successore del prefetto Pecoraro, Franco Gabrielli. E, di lì, nelle mani del ministro dell’Interno Alfano. Che ha tutto l’interesse a coprire politicamente le spalle a Renzi e al Pd.
Ma su Marino, oramai, nessuno è disposto a scommettere più un euro.
Ha sempre giurato di non sapere nulla e di non essersi mai accorto di quello che stava accadendo sotto i suoi occhi. E questo, per un amministratore pubblico, anzi, per il sindaco di Roma Capitale, è già un motivo più che sufficiente per lasciare la poltrona in un amen e dimettersi con effetto immediato. Se uno avesse un po’ di dignità personale e di rispetto per il Paese e per i cittadini romani. Se non altro perché non si può pensare di fare il sindaco della Capitale con il marziano candore di Alice nel Paese delle Meraviglie. Ma Ignazio Marino da questo orecchio non ci sente. O fa finta di non sentirci. Diceva di non conoscere Buzzi e di non aver mai avuto da lui nulla. Poi sono saltate fuori le foto, impietose, che lo ritraggono mentre lui e il suo vicensindaco di Roma, l’esponente di Sel, Luigi Nieri, chiacchierano amabilmente con il re delle coop mafiose proprio nella sede della Coop 29 giugno. Marino che cerca goffamente di mettersi al passo delle nuove, imbarazzanti, rivelazioni. Ma, poco dopo, ecco la sorpresa: si scopre che Buzzi ha finanziato, con le sue coop, sia Ignazio Marino che il suo vicensindaco Luigi Nieri di Sel. Trentamila euro in due tranche il complice di Carminati li ha ha dati a Marino, 5.000 euro, invece, li ha regalati a Luigi Nieri. Direte: poca roba. Sì, certo. Solo che Marino ha raccolto nella sua campagna elettorale 60.500 euro. E la metà glieli ha dati Buzzi. Un po’ difficile far finta di non conoscerlo. Una comica se non si trattasse di una tragedia.