Fassina conferma: «Ho lasciato il Pd». E corre in braccio a Cofferati e Civati (Video)

Il forse che si forse che no alla fine sembra sia diventato si. Cioè, Stefano Fassina, sino a poco fa  ancora attestato su un granitico “forse”, ha deciso di lasciare il Pd. Fassina non è certo un fervente dannunziano, né pare  interessato al romanzo del Vate sul mito del volo e sui mortali duelli amorosi. Anche se il volare verso altri lidi sembrerebbe stuzzicarlo. È semplicemente stato parecchio incerto sul da farsi. Sul come e se muoversi. Voleva andar via dal Pd, ma voleva  anche restarci dentro. Voleva lavorare ad una nuova formazione della sinistra-sinistra, ma voleva anche combattere la battaglia delle idee contro Renzi e nel Pd. Ieri sera il dado sembrava finalmente tratto: una serie di tweet di militanti e conoscenti informava il pubblico della rete di quanto affermato dal tenebroso ex funzionario del Fondo monetario internazionale approdato a Montecitorio per volontà di Bersani e della Ditta che fu. Affermazioni nette e inequivoche: «È arrivato per me il momento di prendere atto che non ci sono più le condizioni – ha sbofonchiato Fassina – per andare avanti nel Pd e insieme a tanti e tante che hanno maturato per vie autonome la mia stessa riflessione proveremo a costruire altri percorsi non per fare una testimonianza minoritaria ma per fare una sinistra di governo ma su una agenda alternativa».

L’addio di Fassina su Youtube

Un addio bello e buono postato subito su Youtube e lincato a ripetizione. Che però, proprio addio non doveva essere, almeno nelle sue intenzioni, se soltanto qualche ora dopo, in tarda serata, è stato lo stesso Fassina ad avvertire la necessità di  precisare a LaPresse: «Non ho ancora lasciato il Pd». Ribadendo la verve del combattente indomito con il successivo  tweet: «No rassegnazione». Insomma, ancora e sempre “forse”. Sino a poco fa. Quando ha confermato che scriverà la lettera di dimissioni insieme alla collega den Gregori. E perciò si librerà nel blu infinito che riporta anche senza volerlo a D’Annunzio e a quel romanzo di ardimento, amori e sangue (“Forse che si forse che no“) probabilmente da lui mai letto. Sempre più lontano dal partito democratico in mano a Renzi. E sempre più vicino a Civati e Cofferati coi quali si ritroverà alla Garbatella. Per ricordare la sinistra dura e pura che fu. E non è più.