Family Day, una piazza straripante che nessuno può ignorare

La folla è imponente. Gli scrosci violenti di un temporale fuori stagione la rendono, per quanto possibile, addirittura eroica. Di certo, non può essere ignorata. E i primi a capirlo sono stati i “nemici” del Family Day come il sottosegretario Ivan Scalfarotto, che ha parlato di «manifestazione inaccettabile» beccandosi il sarcasmo di Roberto Formigoni («ha perso la testa»), o come Monica Cirinnà, senatrice democratica ma soprattutto relatrice del disegno di legge sulle unioni civili, che non fa mistero di nutrire ora qualche apprensione circa la rapida approvazione del testo che porta la sua firma.

Partiti e Chiesa più defilati rispetti al primo Family day

Sarà pure – come altezzosamente sostiene il senatore del Pd Andrea Marcucci – che gli organizzatori della manifestazione «hanno sbagliato secolo», ma con questa piazza, che ha rilanciato il ventre profondo del Paese, è tutta la politica a dover ora fare i conti. Da oggi è più chiaro che esiste una fetta non trascurabile di italiani (la maggioranza?) che non appare disposta a subire l’introduzione di norme ritenute configgenti con la famiglia basata sul diritto naturale e laicamente consacrata dalla nostra Costituzione. Tanto più che, a differenza di quella di oltre dieci anni fa, la straripante piazza di oggi è più spontanea e meno ipotecata dal peso dei partiti e delle stesse gerarchie vaticane. Se allora i vescovi occuparono la prima linea, oggi la Chiesa di Francesco si è quasi defilata. Segno evidente di un cambio di rotta nell’individuazione delle priorità delle emergenze morali e sociali del nostro tempo.

Forza Italia ritorni nella trincea dei valori non negoziabili

Lo stesso, sul versante laico, si può dire dei partiti del centrodestra, oggi in ordine sparso sui cosiddetti diritti civili. La campana suona soprattutto (ma non solo) per Forza Italia, che ha concesso negli ultimi tempi più di un’apertura alle unioni gay. La foto di Berlusconi in mezzo a Francesca Pascale e a Vladimir Luxuria è più di una svolta congressuale perché ha segnato l’abbandono da parte del perno della coalizione moderata della trincea della non negoziabilità di valori fondamentali in nome di un relativismo etico ammantato di principi liberali. Ecco, se c’è una lezione che impartisce la sterminata moltitudine di piazza San Giovanni è che da oggi, su questi temi, per il centrodestra sarà più conveniente schierarsi apertamente che defilarsi lungo la comoda scorciatoia di una tartufesca libertà di coscienza.