Una destra senza complessi può essere ancora protagonista

No, non è stato tempo perso nè si è appalesata la temuta (ma forse da qualcuno auspicata) adunata di reduci e di inconsolabili orfani del tempo-che-fu. Insomma, chi si apettava che dall’incontro di Palazzo Wedekind, nel cuore politico della Capitale, uscisse fuori un remake di An tra il patetico e il velleitario, è rimasto probabilmente deluso. A destra nessuno “vuole i colonnelli” ma di certo nessuno appare intenzionato ad archiviare una storia nobile e tormentata, iscritta a pieno titolo nella più ampia e complessa vicenda politica nazionale. Ma il rischio – bisogna riconoscerlo – c’era, dal momento che a promuovere l’incontro per una destra “nuova, vera, unita” è stato un cartello di ben 24 associazioni in gran parte facenti capo ad ex.

Per la nuova destra indispensabile l’apporto di FdI

A prevalere, tuttavia, non è stata la nostalgia nè il vellitarismo pasticcione di chi anela a ritornare in scena a prescindere, come direbbe Totò. Anzi, dall’incontro son venute fuori – entrambe rivolte al futuro – una scommessa e una sfida.  La sfida consiste nell’avviare un processo costituente in grado di rifondare e riorganizzare una destra che pudicamente definiamo diffusa ma che in realtà è polverizzata e irrilevante. La scommessa, invece, nel coinvolgere rispetto a tale obiettivo Fratelli d’Italia, il segmento di destra più cospicuo, l’unico organizzato, ma stranamente anche il più riottoso. Cominciamo col dire che la culla in cui far (ri)nascere una cultura nazionale non può essere quella dell’autoreferenzialità del ceto politico che ai suoi valori si richiama. La presenza della destra non può essere funzionale ad un’esigenza politicistica, ma deve colmare un vuoto che oggi caratterizza drammaticamente il confronto politico. Che si parli di sovranità nazionale, di partecipazione, di immigrazione, di scuola, di sud, di nord, di rapporto con l’Europa, oggi non esiste partito o leader nazionale di rilievo che abbia dalla sua una visione autenticamente nazionale. Bisogna rendersi conto che la Seconda Repubblica è fallita perché si era illusa che la leadership facesse perno e premio su tutto, persino sulla compatibilità delle alleanze e sulla coerenza dei programmi. Abbiano visto com’è andata a finire, a destra e a sinistra: un’illusione, appunto. La politica si è infatti incaricata di ricordare ai suoi stessi protagonisti che la leadership è condizione necessaria per vincere le elezioni ma non sufficiente per governare.

Partire da alleanze chiare e programmi coerenti

Non è certo per caso se questo incerto anticipo di Terza Repubblica esibisce come tratto distintivo un deficit di partecipazione popolare, sempre più vistoso ad ogni tornata elettorale. Ormai va a votare poco più del cinquanta per cento degli elettori. In pratica, è come giocare una partita di calcio solo in una metà campo. Nessuno, però, sembra accorgersene mentre tutti si preoccupano di pestarsi i piedi in quella già occupata. Ecco, una destra che volesse tornare protagonista dovrebbe intestarsi una radicale inversione di marcia decidendo di non intrupparsi in coalizioni purchessia ma facendo discendere le alleanze dai contenuti. Al momento, ad esempio, è lecito dubitare sulla longevità di un’intesa tra la Meloni e Salvini se la prima crede nel primato della nazione mentre il secondo confida nelle regioni oppure se la prima va a celebrare il Piave quale luogo simbolo dell’unità della patria quando il secondo vagheggia le Italie. E si potrebbe continuare. Comunque sia,   oggi a Palazzo Wedekind un colpo la destra l’ha battuto. L’appuntamento è rinviato ora al 3 ottobre, data in cui si riunirà l’assemblea dei soci della Fondazione di An. Solo allora sapremo se quel colpo segnerà la fine irreversibile di una cultura politica oppure consacrerà l’avvio di un nuovo inizio.