Danimarca al voto: la fascinosa premier ora stringe sull’immigrazione

Giovedì i danesi vanno alle urne per rinnovare il parlamento e le ultime mosse del governo in tema di immigrazione e di quote potrebbero capovolgere in favore della coalizione governativa di centrosinistra guidata dall’affascinante Helle Thorning-Schmidt, un risultato che alla vigilia del voto appare più favorevole alla destra conservatrice. Gli ultimi sondaggi danno le due coalizioni testa a testa con la destra in lieta vantaggio al 50,8% e la sinistra al 49,1. In un sistema come quello danese nel quale si scontrano due coalizioni molto ben definite, il cosiddetto “blocco rosso” guidato dalla prima premier donna nella storia della Danimarca e quello “blu” di Lars Lokke Rasmussen, che riunisce Conservatori, Liberali (Venstre) e che soprattutto dovrebbe contare sul Partito del Popolo Danese (Df, che oggi conta 22 seggi al Folketing e 4 all’europarlamento), potrebbe bastare qualche passo dell’ultim’ora a far cambiare idea agli elettori. Il Wall Street Journal ritiene possibile un recupero dei socialdemocratici dopo che Copenhagen ha adottato una posizione più intransigente sul tema delle quote di redistribuzione degli immigrati. Se è vero che la Danimarca – che conta poco più di cinque milioni di abitanti – è stata traghettata con successo fuori dalla crisi internazionale che attanaglia ancora i Paesi mediterranei dell’Europa (e anche qualcuno dei settentrionali) dall’attuale compagine (socialdemocratici più liberali-Radikale), è anche vero che per il danese medio quella dell’immigrazione è la tematica più sentita e anche quella che preoccupa di più.

Fu proprio in Danimarca che uscirono su un giornale le vignette sataniche

E con essa tutti gli argomenti correlati: basti pensare che le famose “vignette sataniche” uscirono proprio sul danese Jyllands-Posten, che è a Copenhagen che un danese di origine palestinese ha compiuto due clamorosi attentati a febbraio, che in Europa il Df viene considerato il partito populista più influente. Con le ondate migratorie sempre più imponenti e l’Europa che in apparenza ha finalmente deciso di non voltarsi dall’altra parte tentando di redistribuire i richiedenti asilo, Copenhagen ha invece ristretto le maglie del suo sistema di accoglienza, facendo appello alla clausola di esclusione che come Irlanda e Gran Bretagna la tiene fuori da obblighi relativi al ricollocamento. Oggi il vero scontro – in un Paese che seppur piccolo vanta un’affluenza alle urne dell’87,74%, che fa impallidire altri Paesi europei – si gioca tra Thornig-Schmidt, soprannominata Gucci-Helle per l’eleganza e la prestanza fisica, e il leader dei Df, Kristian Thulesen Dahlt, quarantenne dalla faccia pulita decisamente contro l’immigrazione incontrollata. Lei, bionda, griffata, sicura al punto da aver fatto ingelosire Michelle Obama perché ai funerali di Mandela era intenta a farsi selfie con Barack, con il suo governo ha fatto registrare sette mesi consecutivi di crescita e nei primi tre mesi dell’anno un +1,7% del Pil su base annua. Quanto agli immigrati nella brevissima campagna elettorale per il voto anticipato (solo 23 giorni) ha fatto affiggere manifesti che la ritraevano accanto alla frase «Se venite in Danimarca è per lavorare». Ci sono da scegliere 175 deputati su 179 (quattro saranno designati da Groenlandia e Isole Faroer) per il parlamento monocamerale, ma anche per impostare la politica danese sull’immigrazione per i prossimi anni. Si vedrà se la deriva populista avrà avuto ragione anche della Danimarca.