Crociata contro la bandiera sudista: non rappresentò mai lo schiavismo

È una crociata, lanciata sull’onda dell’emozione per la strage di Charleston, quella che gli Stati Uniti, presidente Obama in testa, hanno lanciato contro la cosiddetta bandiera della Confederazione così come la conosciamo oggi, la Stainless banner, la “Bandiera senza macchia”. In realtà, la bandiera ufficiale della Confederazione fu sin dal 1861 la Star & Bars, la Stelle e Barre (che un po’ ricorda quella attuale degli Stati Uniti), sostituita solo nel 1863, una prima volta, e poi altre due volte nel corso della guerra. Quella che oggi Washington vuole abolire è quella adottata nel marzo 1865, ossia alla fine del conflitto. Per intenderci, è quella che ha una croce di Borgogna blu su fondo rosso, con 13 stelle bianche sul blu, che rappresentano gli Stati del Sud secessionisti. Diciamo subito che la bandiera confederata è oggi ricordata nelle bandiere nazionali di Florida, Georgia, Mississippi, Alabama e Carolina del Nord e che la Stainless banner è diffusa in tutto il Sud degli States. Compare in molto edifici pubblici e case private, è il simbolo di associazioni di ogni tipo, comprese quelle dei bikers. È fonte di innumerevoli gadget, da adesivi a riproduzioni, da portacenere a tazze di porcellana a oggettistica varia. È profondamente radicata nei sentimenti degli americani del Sud, anche perché, va sottolineato, la guerra civile americana fu un conflitto che unì il popolo americano, non divise, sia pure con tutti gli strascichi, anche sanguinosi, che vi furono negli anni successivi il 1865.

La bandiera del Sud è oggi ricordata in molte bandiere Usa

Tra l’altro la Carolina del Sud, che oggi invoca la soppressione del vessillo confederato, fu il primo Stato a secedere dall’Unione per aderire alla Confederazione. Da lì provennero uomini come il generale Pierre Beauregard, confederato e vincitore di Fort Sumter, e Andrew Jackson, presidente degli Stati Uniti prima della guerra di secessione. In tutto il Sud inoltre vi sono centinaia, se non migliaia, monumenti dedicati all’esercito confederato e ai suoi ufficiali più valorosi, musei, università, locali, sale pubbliche, dedicate al Dixie. Per non parlare di una sterminata letteratura e della musica. Già, musei: non ha torto il presidente Barack Obama quando asserisce, cavalcando l’onda, che il posto della Stainless banner è in un museo, e questo può anche essere giusto. Non è veritiero però il motivo per il quale in queste ore si demonizza un simbolo al quale milioni di americani sono sinceramente affezionati: perché sarebbe, secondo le solite anime belle e superficiali, il simbolo dello schiavismo. Non è ovviamente affatto così, così come non è vero che quella sanguinosa guerra si combatté per la questione della schiavitù. Quella era solo un aspetto – e neanche il più importante – degli attriti tra Unione e Confederazione, attriti che avevano ben altre radici. Lo schiavismo era diffuso in tutti gli Stati Uniti, anche negli Stati nordisti, e non è certo un mistero che lo stesso presidente Lincoln, elevato oggi a campione dell’abolizionismo, avesse schiavi di sua proprietà, e che molti Stato nordisti erano, insieme, anche schiavisti. La schiavitù quindi c’entra ben poco con la bandiera che oggi si vorrebbe bruciare in maniera demagogica. La cosa strana è che la Stainless banner, che così come è riprodotta oggi non fu mai bandiera confederata, si diffuse nei decenni successivi alla fine della guerra, per proseguire durante tutto il Novecento, diventando protagonista di moltissimi eventi soprattutto nei tredici Stati ex confederati. Voglia di rivincita, desiderio di conservare la propria identità, rimpianto per una guerra perduta o semplice rancore verso i profittatori del Nord che dal 1965 calarono come avvoltoi al Sud per depredarne i beni? Forse tutte queste cose insieme. Certo è che la Bandiera senza macchia non sarà cancellata dal cuore di milioni di americani con una semplice legge o perché qualche catena di negozi non la venderà più. E il fatto che la ostentasse un pazzo omicida non può certo cancellarne la storia.