Capotreno ferito col machete: per il gip l’aggressore voleva uccidere

Il capotreno brutalmente aggredito dalla banda di sudamericani inferociti avrebbe dovuto essere ucciso. Sono queste le rivelazioni agghiaccianti che emergono dagli interrogatori degli arrestati e dalla testimonianza del ferroviere picchiato insieme al collega che ha avuto la peggio, rischiando addirittura l’amputazione del braccio, salvato miracolosamente da un difficile intervento chirurgico. «Il mio intento – ha detto al gip Josè Emilio Rosa Martinez, il diciannovenne difeso dal legale Andrea Mantuano e che ha già confessato di aver sferrato il colpo di machete – non era quello di ferire nessuno, ma solo di spaventare i controllori». Per il giudice, però, il ragazzo aveva la «volontà di uccidere», tanto che avrebbe mirato «in direzione del capo o comunque di altre parti vitali». E avrebbe sferrato un «fendente» anche al collega «che riusciva a bloccare il braccio dell’aggressore».

Capotreno aggredito: la testimonianza del collega

Un ragazzo, dopo essere sceso, è «risalito sul treno, ha puntato con il machete in mano il capotreno inseguendolo all’interno della prima carrozza, mentre lui tentava di fuggire». È il racconto messo a verbale da Riccardo Magagnin, ferroviere che, l’11 giugno scorso a Milano, era sul passante ferroviario quando il collega Carlo Di Napoli è stato gravemente ferito ad un braccio, quasi amputato. Anche verso di lui, tra l’altro, è stato indirizzato un «fendente», ma l’uomo è riuscito per «a bloccare il braccio dell’aggressore», prima di essere pestato. Le sue dichiarazioni sono contenute nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip Gennaro Mastrangelo, a carico dei due ragazzi salvadoregni e dell’ecuadoriano, appartenenti alla «pandilla MS13» e arrestati nei giorni scorsi. Le indagini, infatti, procedono a ritmo serrato e molto ha contribuito alle nuove acquisizioni il racconto del collega del capotreno ferito. «Ricordo – ha spiegato il ferroviere – di essere stato buttato a terra e poi ho tentato di proteggermi il viso mettendomi in posizione fetale per attutire i colpi». Dall’ordinanza, tra l’altro, emergono anche im particolari del pestaggio e la ricostruzione del contesto precedente all’aggressione resi anche da Josè Emilio Rosa Martinez, uno dei componenti della banda fermati, che ha indicato ai magistrati anche un altro degli elementi del gruppo, oltre ai due giovani finiti in carcere con lui. Martinez, infatti, non solo si è detto «dispiaciuto» per il suo gesto, ma si è “prodigato” nel racconto dettagliato di una serata a base di vodka, conclusa con la brutale aggressione in treno, mettendo peraltro a verbale di aver preso in prestito l’arma da “Pajaro Loko”, soprannome di Andres Lopez Barraz.

Il machete nascosto nei pantaloni

La consegna sarebbe avvenuta quando erano in un parco a bere con altri e prima di salire in gruppo (erano in sette e c’era anche tale “Kevin il Rokero”) sul passante ferroviario. L’amico teneva il machete «nascosto in un cespuglio», ha spiegato Martinez, e «ho chiesto il permesso (…) ha detto che potevo prenderlo, e quindi l’ho nascosto all’interno dei pantaloni che indossavo». Gli agenti della Squadra Mobile, coordinati dall’aggiunto Alberto Nobili e dal pm Lucia Minutella, hanno trovato il «fodero» dell’arma a casa di “Pajaro” e sua madre ha raccontato che «quella sera il figlio, dopo essere rientrato, aveva azionato la lavatrice e intorno alle ore 5 circa del mattino stendeva la biancheria». Martinez continua a dichiarare di non volere uccidere nessuno, ma per gli inquirenti le cose starebbero esattamente all’opposto tanto che dalla dinamica dell’aggressione si capisce che il ragazzo avrebbe «mirato in direzione del capo o comunque di altre parti vitali». Una violenza cieca, la sua, confermata dal fatto che avrebbe sferrato un «fendente» anche al «che riusciva a bloccare il braccio dell’aggressore». Gli altri due arrestati, Jackson Jahir Lopez Trivino, detto “Peligro”, e Alexis Ernesto Garcia Rojas, noto come “Smoking” e difeso dal legale Robert Ranieli, rispondono per «il concorso, quantomeno morale nelle aggressioni», avendo anche «incitato allo scontro». Rojas, però, si è difeso: «Il controllore non l’ho picchiato né toccato, mi ha chiesto l’abbonamento e l’ho esibito». In effetti, è stato accertato che era l’unico del gruppo ad avere un titolo di viaggio. Trevino, invece, ha spiegato al gip che lui si era «addormentato» in treno e che si è «svegliato per un’animata discussione già in atto». Secondo il giudice, però, sussistono a carico di tutti e tre le esigenze cautelari anche perché «la particolare violenza, nonché l’appartenenza degli indagati ad una pandilla, rendono non remoto il rischio che essi possano intimidire le persone offese».