“La Banda d’Italia”: il libro-inchiesta di Lannutti sui potenti di via Nazionale

Altro che Mafia Capitale. Se soltanto parte di quello che scrive Elio Lannutti nel suo libro-inchiesta “La Banda d’Italia” (edizioni Chiarelettere) è vero, c’è da farsela qualche domanda. Anzi, parecchie domande. Perchè, al confronto del vorticoso giro di miliardi e di interessi che l’ex bancario descrive con dovizia di particolari, i protagonisti dello scandalo che sta sconvolgendo la Capitale sembrerebbero dei peracottari: spiccioli contro miliardi. Una inchiesta che adesso arriva in edicola, da leggre tutta d’un fiato. Eletto nel 2008 alla Camera nelle liste di Di Pietro come indipendente, Lannutti non ha mai smesso di attaccare il sistema bancario italiano denunciando omissioni e connivenze a vantaggio di quella che ha sempre definito come una supercasta intoccabile. La sostanza, secondo lui, è che i cittadini non sono solo vessati, ma soprattutto ingannati. Una tesi che lui testimonia con la forza di una mole di dati e la cocciutagine di trent’anni di battaglie a difesa di correntisti e risparmiatori. Il tutto contro un sistema autoreferenziale dove la vigilanza non sarebbe garanzia di correttezza, ma verrebbe usata come una clava contro i più deboli per costringerli a consegnarsi ai più forti. Nella sua inchiesta, Lannutti, documentazione alla mano, rileva che proprio dove i controlli dovrebbero essere assoluti, ci sia invece il massimo dell’oscurità: un cono d’ombra che coprirebbe i troppi privilegi, le spese esorbitanti (7000 dipendenti che costano più di un miliardo di euro all’anno) e i sistematici conflitti d’interesse sempre a danno degli inconsapevoli correntisti. Secondo l’autore, sprechi (carte di credito usate per spese personali), privilegi (affitti a zero canone o a prezzi irrisori), favoritismi tra parenti (cariche tramandate da padre in figlio) farebbero dei dipendenti della Banca d’Italia una vera e propria supercasta intoccabile. E inattaccabile.