1989, l’anno in cui crollò il comunismo: tranne che in piazza Tienanmen

Il 1989 è ricordato nel mondo come l’anno in cui crollò il comunismo. I regimi comunisti caddero in tutta l’Europa dell’Est, poi in Unione Sovietica. Si trattò dell’onda lunga di Gorbaciov, salito al potere in Urss nel 1985, e che l’anno successivo inaugurò la cosiddetta Glasnost, ossia Trasparenza. Riforme politiche e sociali furono attuate in tutti i Paesi del Comecon, il Patto di Varsavia, satelliti di Mosca. Nel giro di pochi mesi il comunismo crollò in Polonia, Lettonia, Estonia, Lituania, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Est, Bulgaria e Romania; in quest’ultimo Paese però il trapasso fu violento, ma fu in praica l’unico caso. A questo punto anche l’Unione Sovietica era seriamente compromessa, e infatti di lì a pochi anni anni la Russia divenne libera. Insomma, il comunismo crollò ovunque, tranne che in un luogo, la Cina, ancora oggi governata dal Partito Comunista Cinese. È una delle poche nazioni ancora sottoposte a un regime di partito unico, insieme a Cuba e pochissime altre. Ma il 1989 è anche l’anno del massacro di piazza Tienanmen, che sempre meno oggi viene ricordato, forse per non disturbare i lucrosi affari tra Unione europea e Cina, e tra Usa e Cina. La cosa che pochi ricordano però è che anche la strage di piazza Tienanmen, a Pechino, dove la polizia cinese uccise migliaia di persone che chiedevano la libertà, è collegata alla glasnost sovietica. Sì, perché Mikhail Gorbaciov si recò in visista ufficiale a Pechino nel maggio di quell’anno, ossia un mese dopo che rra iniziata la protesta di piazza Tienanmen (il 15 aprile) e probabilmente le richieste di libertà in Europa e la spinta dei popoli contro la repressione comunista galvanizzarono in qualche modo i cinesi. Ma lì la protesta sfociò in una tragica repressione armata.

Prima del 1989 la Cina aveva avviato timide riforme economiche

La cosa assurda e anche beffarda è che Pechino in realtà, col segretario del Pc Zaho Ziyang, aveva aperto da prima dell’Urss la strada alle riforme economiche e in parte politiche, ma senza però avviare il processo di democratizzazione che in seguito avrebbe condotto l’Europa dell’Est alla compiuta libertà. L’immagine più famosa di quella rivolta è senza dubbio quella del Tank Man, (l’uomo dei carro armato), immagine che ancora oggi identifica quella infelice protesta. Un ragazzo, rimasto per sempre sconosciuto, si parò davanti ai carri armati cinesi, i temibili T59, e li fermò. Dopo che la colonna di tank si arrestò, il ragazzo si arrampicò sulla torretta e si mise a parlare col pilota. Nessuno sa cosa si dissero, così come nessuno sa che fine abbia fatto quel giovane sconosciuto. Ci sono diverse versioni: c’è chi dice che sia stato arrestato e giusitiziato pochi giorni dopo, chi dice che sia stato anni in manicomio, chi dice che ora viva a Taiwan. Probabilmente farà parte delle migliaia di vittime che si dice siano morte in quei giorni. Il massacro di piazza Tienanmen è tanto conosciuto in tutto il mondo quanto è tabù in Cina, dove il regime ha tentato di cancellarne completamente le tracce e il ricordo, ma ovviamente senza riuscirci. Chi ebbe un ruolo cruciale nel massacro fu Deng Xiao Ping, dirigente cinese di lungo corso, collaboratore di Mao Tse Tung, e a quell’epoca presidente della Commissione militare centrale, che la notte del 3 giugno 1989 diede l’ordine alle truppe di usare la forza. L’esercitò quella notte si avviò verso la piazza Tienanmen, dove incontrò la resistenza degli studenti e degli operai. A tutt’oggi è impossibile ricostruire la dinamica della vicenda, e addirittura lo stesso numero di vittime. Ma il massacro ci fu. Le stime più alte parlano di un numero di vittime superiore a diecimila, altre, tra cui Amnesty International, di oltre mille. Fino a che il governo cinese non interverrà ufficialmente per raccontare e spiegare la vicenda, la strage di Tienanmen rimarrà sempre avvolta nel mistero.