Cameron ora piace a tutti. E ci si dimentica in fretta del “povero” Farage

Tutti pazzi per Cameron. E’ un vezzo tutto italiano quello di utilizzare le vittorie elettorali altrui per dare ragione alla propria politica. Quale sia davvero, allora, la lezione scaturita delle elezioni inglesi non lo sa nessuno ( o nessuno vuole capirlo) a parte l’ennesimo flop dei sondaggi che dovrebbero smettere di essere il parametro sul quale calibrare le strategie partitiche. E così in Italia si sentono un po’ tutti imitatori di Cameron (da Berlusconi a Renzi passando per Salvini che pare dimenticare l’insuccesso di Farage). Con Raffaele Fitto, poi, che senza timore di sfidare il senso del ridicolo, si erge a paladino del nuovo corso Tory vantando il “modello pugliese”.

Propaganda di scarsa qualità

Ma è solo propaganda di scarsa qualità, commenta Massimo Franco che parla di “smaccata forzatura”. La vera differenza è che la Gran Bretagna cresce del 2,6% annuo mentre l’Italia forse crescerà dello 0,7%. Da una parte abbiamo la ripresa made in England dall’altra abbiamo solo la narrazione di una ripresa che in realtà è stentata o quasi inesistente. C’è poi da mettere in conto la differenza dei sistemi elettorali: mentre i sistemi realmente maggioritari come quello inglese escludono dal Parlamento il partito di Farage che ha preso quasi il 13%, da noi questo non sarebbe possibile. Come ha scritto Roberto D’Alimonte “grazie all’Italicum Salvini e Grillo possono dormire sonni tranquilli. Mal che gli vada porteranno comunque in Parlamento una bella pattuglia di deputati”.

E anche Salvini diventa fan di Cameron…

Ciò che si dovrebbe desumere in generale dal voto inglese è che l’improvvisazione non paga. Il centrodestra, in altre parole, dovrebbe decidere se assecondare il populismo salviniano accontentandosi di cavalcare la rabbia legittima di ampi strati di popolazione o se presentarsi con una ricetta di governo credibile (che non può essere quella di Alfano perché vistosamente subalterna al modello renziano). Ma al tempo stesso anche il nuovo corso repubblicano che Berlusconi intenderebbe imprimere al suo partito fortemente lacerato appare, al momento, più come una boutade propagandistica che come un progetto solido e capace di attrarre fiducia. Paradossalmente, mentre tutti invocano unità nel centrodestra, la strada per arrivarci passa necessariamente per una serie di differenziazioni: il centrodestra può iniziare dicendo ciò che non vuole essere anziché prendere a modello ora Marine Le Pen ora Cameron, perché ciò non produce una buona impressione.

Bossi boccia la politica degli “urlatori”

La lezione inglese tradotta da un populista della prima ora come Umberto Bossi suona più o meno così, ed è difficilmente confutabile:“Sono stati puniti – dice al Foglio – quelli che sono semplicemente ‘contro’, che non governano, che non incidono, quelli come Farage. Ed è possibile un reflusso della marea eurofobica in tutto il continente. L’Europa è furba, comincia a sganciare del grano. E così tutta quella roba, quella schiuma, rischia di afflosciarsi, se non riesce a farsi governo ma rimane semplice protesta”.