Tutte le parole inutili di Renzi e Alfano, dalla “testa dura” agli “allenatori”

Da Renzi ad Alfano: è il trionfo delle parole inutili. «Avanti su questa strada con la testa dura», tuona il premier in tour elettorale in Trentino Alto Adige dove il prossimo 10 maggio si terrà il primo round delle elezioni amministrative. E a molti km di distanza, invece, il ministro dell’Interno impegnato a riferire alla Camera sugli scontri del corteo No Expo, si cimenta addirittura in un’iperbole sportiva e sentenzia: «Come per il calcio, dopo quanto accaduto a Milano, gli italiani sembrano tutti allenatori… ma di ordine pubblico».

Da Renzi ad Alfano, è il trionfo delle parole inutili

Dal premier al ministro, insomma, va ormai quotidianamente in scena la politica dello slogan. Quella che ammicca allo slang colloquiale e strizza l’occhio all’ironia anche quando, in realtà, ci sarebbe ben poco da ridere o da sbeffeggiare. E così, tra “svolte buone” e metafore calcistiche, è praticamente all’ordine del giorno un canovaccio di sermoni e paradossi: tanto fumo e poca carne al fuoco… Del resto, la scalata a Palazzo Chigi di Matteo Renzi, non è partita forse con il ribaltone all’allora premier Enrico Letta, detronizzato in contemporanea con l’esortazione social a «stare sereno»? Gli italiani avrebbero dovuto capire proprio da quel momento che, da quel punto in poi, l’agenda politica sarebbe stata scadenzata di giorno in giorno da una valanga di hashtag e cancelletti, slogan e tormentoni, letteralmente inflazionati da usi e abusi dem. Un proclama continuo che da #cambiaverso a #italiariparte, da #lavoltabuona all’autopromozione degli #80euro passando per i #centogiorni, dilazionati poi in mille con il #passodopopasso, a suon di gingle, countdown, post e tweet, il presidente del Consiglio è solito imbonire gli elettori, marginalizzare gli avversari in campo, e, soprattutto, promuovere e sponsorizzare con il suo imprimatur informatico l’impegno dell’esecutivo: tutto incartato in una bella confezione di demagogia. Peccato che la scatola al suo interno sia spesso vuota di sostanza.

La politica degli hashtag

Un interventismo al limite del logorroico, quello renziano, che annuncia, promette e imbonisce, ma poi realizza in modo inversamente proporzionale a quanto reclamizzato in interviste generosamente rilasciate alla stampa, in apparizioni televisive, in vertici istituzionali: e indifferentemente, sia che si trovi da Vespa o all’Eliseo, con Obama o dalla rigorosa Merkel, e perfino nei rituali appuntamenti di partito che tanto lo annoiano, Renzi declama e poi ritwitta. Di sicuro, però, il copyright è suo. Difficile poter dire sempre lo stesso dei post o dei cinguettii firmati da Angelino Alfano, noto al web anche per le celebri gaffe internetiche, e non solo… Così, se questa volta il parallelo calcistico applicato a questioni di ordine pubblico è azzeccato e made in Ncd, in altri casi non sempre è stato così. Come quando, postando on line la richiesta lanciata con l’hashtag #la stradagiusta indirizzata alla riduzione delle tasse sulle famiglie e sulle imprese, è andato a scomodare – e a “copiare” involontariamente – lo slogan coniato dal Sel di Nichi Vendola, presentato al congresso nazionale del partito. Un errore involontario sanzionato in Rete – inn ossequio al detto che chi di cancelletto ferisce, di cancdelletto perisce – con l’hashtag #messomale. Un botta e risposta, insomma, quello attualmente in corso tra politica e base, eletti ed elettori, imbarocchito dall’informatica ma troppo spesso svuotato di contenuti e risultati effettivi che, tra annunci ed errata corrige, lasciano ancora in attesa di risposte concrete.