Un testimone al Secolo: «Io, scampato all’auto dei rom, vi racconto la verità»

In esclusiva per il Secolo d’Italia parla un sopravvissuto all’incidente che mercoledì sera a Roma ha falciato nove persone, uccidendone una e ferendo in modo grave altre tre. La testimonianza di Marco Militello, 46 anni, consulente del lavoro e consulente del Centro tecnico televisivo Vaticano, è stata riportata a caldo la notte stessa per i suoi amici di Facebook. Testimonianza che lo stesso Militello ha voluto condividere con i nostri lettori. Alcune righe, scritte di suo pugno, a caldo, che gelano il sangue e raccontano meglio di un reportage giornalistico quel pomeriggio di ordinaria follia.

«L’auto dei rom andava a velocità spaventosa»

«Sono sotto choc e vivo per miracolo. Torno adesso a casa ma poche ore fa ero lì e ho visto tutto in diretta. Avevo attraversato la strada 20 secondi prima di questo orrore. Fermo davanti all’edicola di via Mattia Battistini in attesa di un cliente e del commercialista con cui prendere un aperitivo, vedo sfrecciare una macchina a velocità folle. Un botto assordante e devastante. Pedoni a pochi passi da me colpiti e sbattuti per terra e in aria come birilli…». Vite spezzate, famiglie devastate. Due dei pedoni dopo un volo di 4 metri atterrano sul tetto della Lancia Dedra e li vedo aggrappati con la disperazione sulla carrozzeria della macchina che prosegue la sua folle corsa senza curarsi dei corpi seminati sull’asfalto, inseguita da una volante. Sento una fitta nel petto. Incredulo urlo no, no, no povera gente, no! ….gli occhi mi si rigano di lacrime. Avverto una sensazione di dolore e impotenza. Via Battistini è un teatro di morte. Cinque, forse sei corpi seminati sull’asfalto che in un attimo si tinge di sangue. Una delle vittime è infilata con la testa e metà corpo sotto una macchina parcheggiata a un metro da me. Che posso fare? Come posso aiutare? E chi li tocca? Verso chi mi dirigo? Poi mi dico: se tocco qualcuno e poi questo poveretto muore finisco nei guai. Il senso di impotenza mi devasta l’anima. Neanche due minuti e giunge la prima ambulanza, poi altre due. Sirene, gazzelle, volanti ovunque. Una signora di 60 anni corpulenta accanto a me, appoggiata all’edicola, trema e piange a dirotto. Signora come sta? È ferita? Singhiozzando mi dice: no, avevo appena finito di attraversare. Un attimo dopo a avrebbero falciato anche me. L’abbraccio forte e piango con lei. Le chiedo dove abita, se vuole dell’acqua, se posso accompagnarla a casa. Parliamo un po’, sempre abbracciati; si calma e dopo 5 minuti mi ringrazia e se ne va».

«L’auto dei rom mi sfiora, oggi non dovevo morire»

«Ho la macchina parcheggiata a 5 metri dal primo corpo inerme sull’asfalto. Voglio spostarla per lasciare spazio ai soccorsi ma arriva una mini Cooper con due donne a bordo che urlano e piangono e si ferma in doppia fila dietro la mia macchina bloccandomi. La signora alla guida è la mamma di una ragazza vittima della follia Rom. Un agente le fa largo per farle raggiungere la figlia che è già in barella, apparentemente immobile, con il collarino che le protegge il collo. È tutto un trambusto, un correre di soccorsi. Mi chiedono se ho visto l’incidente. Rispondo prima ai pedoni che passano, ai curiosi, poi alla polizia. Lascio le mie generalità. Trascorre il tempo, risalgo in macchina e penso che posso tornare a baciare i miei figli a casa. Il Signore ha protetto me e loro, forse la vicinanza con Papa Francesco mi ha evitato di morire prematuramente. La vita è un dono. La ricevi e puoi perderla in un secondo. Preserviamola, non sprechiamola, apprezziamola, viviamola. Prego per le vittime del disastro al quale ho assistito. Non riesco a scordare il rumore dell’impatto violentissimo dell’auto contro i corpi dei pedoni che attraversavano sulle strisce con semaforo verde per tornare a casa nè posso cancellare l’immagine delle due persone atterrite sul tetto dell’auto assassina che prosegue la corsa con loro aggrappati sul tetto dopo un salto mortale. Prego ancora. Oggi non era il mio turno per morire ma la morte era lì ed è sempre in agguato. Buonanotte. Vado a baciare i miei figli».