Renzi ha il suo giornale di fiducia e di partito: è il Corriere della Sera

È cambiato il direttore, la testata è rimasta la stessa, ci mancherebbe, e anche la grafica del giornale pare uguale a prima. Però, da quando è andato via Ferruccio De Bortoli, in via Solferino spira come un’arietta nuova, una brezza leggera tipo #lavoltabuona e #cambiaverso; un venticello a favore, diciamo così, non quello della calunnia che è un venticello assai sottile che rimbomba come un tuono di cannon, ma no, un vento a favore, che gonfia le vele alla barca del governo e spinge Renzi a dire al Corrierone “Qual buon vento”.

Ecco, da uno come il nuovo direttore del Corriere della Sera – ora ribattezzato Corriere della Resa (allo strapotere renziano) – ossia Luciano Fontana, per anni uomo ombra di De Bortoli, e in passato giornalista di punta de L’Unità – che, diciamola tutta, non proponeva certo un modello economico simile a quello avanzato oggi da Renzi – ecco, da uno così ti saresti aspettato qualcosina di diverso.

L’evoluzione renziana del Corriere della Sera

Ti saresti aspettato, che so, che provasse ancora a far le pulci a questo esecutivo tirandosi fuori dal coro unanime di lode sulla stampa; che tentasse di fare il canto ma pure il controcanto, da scafato cerchiobottista; o che addirittura dicesse con schiettezza le cose come stanno, come ha fatto il buon Ferruccio che salutando, con garbo istituzionale, non ha perso l’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe nei confronti dell’attuale premier, da lui definito «un maleducato di talento che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche» e un politico che «ha una concezione autoritaria di occupazione delle istituzioni». Non proprio parole al miele, ammettiamolo.

Ma cambia il vertice e cambia linea. Ed eccolo allora, il Corrierone, il gran giornale liberale, intonare il peana alle sorti magnifiche e progressive dell’umanità inaugurate da Renzi, e trasformarsi in un giornale di partito o, meglio, in una sorta di Pravda del governo, bollettino ufficiale delle imprese mirabolanti portate a termine dal premier. Il canto di lode, va da sé, non può che cominciare con l’elogio delle misure economiche che hanno consentito all’Italia di «riagganciare l’Europa» grazie a «un’agenda di riforme intensa e ambiziosa», come vuole il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis. Il riferimento è alla crescita del Pil che, per la prima volta, dopo una dozzina di semestri, è tornato a aumentare dello 0,3%. Poi vai a leggere bene i dati e ti accorgi che in primo luogo l’aumento è relativo soltanto al mese precedente, mentre su base annua, cioè confrontato al primo trimestre del 2014, quando Renzi era appena entrato in carica, l’aumento è pari a 0. Sì, zero. Leggi ancor meglio i dati e scopri che questa tanto sbandierata crescita dello 0,3% è ben misera cosa rispetto a quello che ci vorrebbe per davvero per venire fuori dalla recessione: cioè una crescita del 2% come ha fatto ben notare Passera, secondo cui «è scandaloso che avessero previsto una crescita dell’1.3% e ora si accontentino dello zero virgola». Ma poi, vai a leggere ancora meglio i dati e scopri che l’Italia non ha affatto agganciato l’Europa, in primo luogo perché questa cresce dello 0,4% a differenza dell’Italia che cresce dello 0,3%, ma soprattutto perché, su base annua, il nostro Pil aumenta molto meno rispetto a Stati davvero malandati: per capirci, se noi cresciamo zero, la Spagna rispetto al primo trimestre 2014 cresce del 2,6%, la Grecia dello 0,3%, la Francia dello 0,7%. Senza considerare la Germania, il cui Pil cresce di un punto percentuale.

Ecco come parla di Renzi

Allora ti rendi conti che quei dati sono un po’ farlocchi e che tanto entusiasmo da parte del Corrierone è mica troppo giustificato. Ma poi ti arrendi quando scopri che addirittura il quotidiano di via Solferino giustifica questi segnali ripresa come «un effetto differito dell’operazione 80 euro» per cui ora finalmente gli italiani utilizzano quel tesoretto «per finanziare acquisti che erano stati rinviati sine die». In pratica, il bonus degli 80 euro, approvato l’anno scorso, darebbe i suoi risultati a scoppio super-ritardato, perché prima gli italiani lo utilizzavano «per pagare le tasse» e «accontentare l’erario». Se questo fosse vero, vorrebbe dire che nel frattempo le tasse sono diminuite, cosa che invece non è. Quindi questa interpretazione suona, diciamo così, un tantino forzata e un tantino faziosa.

Vabbè, ma se proprio non vi fidate dei dati economici del Corriere della Sera, fidatevi almeno della sua analisi mediatica dell’uomo Renzi, da poco trasformatosi nella reincarnazione di John Keating, il prof del film L’attimo fuggente che «ammalia gli alunni», e capace ieri, con il fascino della «lavagna che attira l’attenzione», «non interattiva ma nemmeno austera», «alle spalle una solida libreria che accoglie l’intera Treccani» e «maniche di camicia e gesso in mano che possono diventare virali», di «difendere la riforma» scolastica e di offrire una «vera lezione» «inaugurando un nuovo format della comunicazione istituzionale». Ci manca soltanto che i giornalisti del Corriere salgano sulle rispettive scrivanie a intonare “Capitano, mio capitano” di Walt Whtiman, e la scena è completa. Renzi, per carità, fa il suo mestiere promuovendo la Buona Scuola, ma al Corriere dovrebbero chiedersi seriamente se stiano facendo Buon Giornalismo.

Gianluca Veneziani su http://www.lintraprendente.it/2015/05/la-pravda-di-renzi/