La Realpolitik di Berlusconi: «per certi Paesi meglio un dittatore»

«Per certi Paesi meglio un dittatore»; «Putin è un leader di statura mondiale, un errore le sanzioni contro la Russia»; «Io ho messo fine alla Guerra fredda, stringendo le mani di Bush e Putin». «Ero anche contro la guerra in Iraq». La semplificazione ad personam è nel Dna di Silvio Beriusconi e le esigenze televisive non permettono analisi più profonde, ma il suo show di politica estera, l’altra sera a Virus, merita un’attenzione bipartisan, poiché — al netto dei cammelli, degli inchini sotto la tenda del rais e del senno di poi — riflette la geopolitica, gli scenari di guerra, le apprensioni nel rapporto con il mondo islamico, l’impotenza dell’Europa.

Da Berlusconi idee largamente condivise da molti osservatori e analisti

“E giunge – scrive Massimo Nava su “Il Corriere della Sera” – a conclusioni forse eticamente discutibili, ma largamente condivise, sottovoce o no, da molti osservatori e analisti. La guerra in Iraq ha sconvolto gli equilibri nel mondo arabo ed è all’origine del Califfato islamico. L’eliminazione di Gheddafi ha innescato il caos libico. Le illusioni della «primavera araba» si sono spente nella guerra civile siriana e in una nuova dittatura in Egitto. L’isolamento della Russia danneggia le economie europee e priva l’Occidente di un alleato prezioso di fronte alle nuove minacce. (Queste quadro scrive la parola fine sull’idea che la democrazia sia esportabile con le bombe e sulla pretesa che altri modelli di società siano governabili con le nostre regole. Al tempo stesso, non è stato rivalutato (forse ad eccezione dell’accordo con l’Iran) il criterio per cui il nemico del mio nemico è mio amico”.

La stabilità dovrebbe rappresentare l’interesse prioritario

Il risultato sono tentennamenti, mancanza di coesione, alleanze ondivaghe sia quando sarebbe necessario intervenire, sia quando la stabilità dovrebbe rappresentare l’interesse prioritario. Di sicuro non è possibile resuscitare Gheddafi. Ma non è troppo tardi per riavviare il rapporto con la «Russia cattolica», come ha detto Berlusconi. Voleva dire cristiana, soprattutto voleva dire non più comunista.