Quando per l’Expo si costruivano interi quartieri. Il capolavoro dell’Eur

Expo 2015: la vetrina delle polemiche, delle incompiute e delle mazzette. Numeri da capogiro, grancassa mediatica, una  quantità impressionante di operai che corrono a 200 all’ora, cantieri ancora aperti,  padiglioni incompleti (quello della Russia in fondo alla classifica) da ultimare alla vigilia dell’inaugurazione. Chicche prelibate e inchieste giudiziarie. L’Expo 2015 è il paradigma di un’Italia fiacca e avvilente, vittima anche in questa occasione dell’allarme rosso dei centri sociali che minacciano sfracelli. Un evento mondiale offuscato dalle polemiche provinciali sul copyright ( lombardo o nazionale?), sul trasferimento dei Bronzi di Riace, sulle tangenti e i ritardi.

Mussolini e l’E42

Nel vituperato ventennio fascista in vista dell’Expo del 1942, poi cancellata per l’entrata in guerra dell’Italia, si progettò e realizzò un intero quartiere a misura d’uomo, l’Eur, capolavoro monumentale dell’architettura razionalista, gioiello di estetica, efficienza e sintesi tra passato imperiale e modernità. Ancora oggi fiore all’occhiello della Capitale, oltraggiata dall’urbanizzazione delle periferie, dai signori del cemento, dall’utopia collettivista che ha generato il serpentone-mostro di Corviale. Dell’Expo 1942 si iniziò a parlare già dalla metà del 1935 grazie alla felice intuizione di Giuseppe Bottai, governatore di Roma, che propose a Benito Mussolini di presentare la candidatura dell’Italia e di Roma per l’Esposizione Universale che si sarebbe dovuta tenere nel 1942 per il ventennale della Marcia su Roma.

L’Expo fascista

Concepita come uno degli eventi più spettacolari del Ventesimo secolo, per l’Esposizione universale (oggi si direbbe location) si scelse una zona di 400 ettari di terreno, a sei chilometri dalla capitale, edificata sulla strada (la via Imperiale, oggi Cristoforo Colombo) che dalle terme di Caracalla porta a Ostia e al mare, un ponte tra la “nuova Roma” dell’Esposizione e quella storica.

La città bianca

La città bianca, conosciuta e studiata in tutto il mondo, fu una scommessa riuscita (come le città di fondazioni costruite a tempo di record, le bonifiche dell’Agro Pontino, la Città universitaria, il Foro Italico): architetture maestose e squadrate  per ricordare templi ed edifici della Roma Imperiale. Nel progetto originario fascista l’Eur doveva essere una città di nuova fondazione nel solco della centuriazuione romana del castro e del decumano. Tra gli architetti e gli urbanisti chiamati dal duce a firmare la città dell’Expo universale c’erano  la crema e l’orgoglio dell’urbanistica dell’epoca, a cominciare da Marcello Piacentini che ebbe la meglio nel vivace dibattito sullo stile da adottare e divenne il coordinatore tecnico dell’intera opera, corredata da enormi spazi verdi.

Il progetto di Piacentini

L’idea di Piacentini è quella di realizzare un’architettura senza tempo dall’impianto urbanistico a forma di pentagono.  Il superbo Palazzo della Civiltà Italiana, conosciuto come Colosseo Quadrato (68 metri di altezza, 8400 metri quarati, 205.000 metri cubi), costituiva l’ingresso all’Esposizione universale, all’estremo opposto  il Palazzo dei Congressi, progettato da Adalberto Libera (autore del famoso Arco mai realizzato che avrebbe dovuto sorgere dove nel 1960 fu costruito  il palazzo dello sport di Nervi), un’opera straordinariamente moderna con un’enorme terrazza sul tetto trasformata in uno straordinario teatro all’aperto. L’Eur è sopravvissuto alla furia iconoclasta del dopoguerra, restaurata in queste ultime settimane dai fuor d’opera di Laura Boldrini. Non padiglioni usa e getta a suon di mazzette ma il vestito di una capitale e di una  nazione che fossero all’altezza di un Popolo di santi, eroi, poeti, navigatori.