Pisapia non ci inganna: ecco perché non è il volto dell’orgoglio milanese

È stata un successo la “marcia dell’orgoglio” dei milanesi. In ventimila sono scesi in piazza per ripulire la città dopo le devastazioni dei no-Expo e hanno mostrato il vero spirito del popolo che vive all’ombra della Madonnina: operoso, per bene, ispirato al senso del decoro. Epperò in questa giornata del riscatto va registrato anche un altro successo: quello della propaganda del Pd e del sindaco Giuliano Pisapia, e non è altrettanto entusiasmante.

L’operazione #NessunoTocchiMilano

Con l’operazione #NessunoTocchiMilano, lanciata dal Pd locale, il centrosinistra è riuscito a far dimenticare le proprie responsabilità in quanto accaduto e a fare di Pisapia un eroe, cui chiedere di ripensarci e ricandidarsi. Da subito Pisapia ha condannato le violenze, ha annunciato che il Comune si sarebbe costituito parte civile, ha circoscritto le devastazioni ad «alcune centinaia di delinquenti, di idioti, che hanno provato a mettere la città in ginocchio». Tutto corretto, ma incompleto. A dispetto dei rassicuranti arresti di black bloc stranieri e delle interviste di un ragazzino che poi si è autodefinito imbecille, quegli «idioti» sono cresciuti e si sono allenati per lo più a Milano, sono anche loro figli di quella “Milano di Pisapia” (ma lo stesso vale per Roma, Napoli, Bergamo e le altre città italiane) che ora il sindaco e la sinistra fingono di disconoscere.

L’ipocrisia di Pisapia

«L’assalto guidato dagli antagonisti di casa», ha titolato La Stampa in un retroscena che spiega come la logistica del primo maggio fosse tutta frutto del «movimento metropolitano» e che «non c’erano infiltrati stranieri». Si tratta di una ovvietà, che però pochi media hanno voluto ricordare. E che viene bollata come strumentalizzazione politica quando a tirarla fuori sono esponenti del centrodestra, come Maria Stella Gelmini o Matteo Salvini. Entrambi hanno sottolineato l’ipocrisia di un sindaco che sfila alla testa della Milano per bene e indignata e che però negli anni, per dirla con la coordinatrice lombarda di Forza Italia, ha sempre «gigioneggiato con gli antagonisti».

Chiamare le cose col proprio nome

Non è un problema di ordine pubblico legato a una sola piazza o a un solo evento: è un problema di cultura politica, per cui per la sinistra e per molti media quelli dei centri sociali sono sempre “i ragazzi” e quelli che fanno le devastazioni e promuovono le violenze sono sempre un corpo distinto. Così distinto che a sinistra questi “ragazzi” non vengono quasi mai indicati col loro nome – antagonisti, autonomi, antifascisti – ma sempre con un lessico acrobatico che punta a spostare altrove l’attenzione e i riferimenti politico-culturali, costruendo sillogismi che possano confondere la realtà. È quello che succede quando Roberto Saviano parla di «squadrismo» o quando Pisapia, intervistato da Repubblica, dice che qualcuno «non solo tra i black bloc avrebbe voluto veder scorrere il sangue». Chi? «Coloro che, nell’area della destra, sono delusi dal fatto che siamo riusciti a gestire una situazione difficilissima».

Pulire non basta

Destra politica, black bloc, desiderio di distruzione: eccola l’associazione logica che la sinistra ci propina da sempre, da quando all’indomani del G8 in una memorabile quanto imbarazzata partecipazione tv Fausto Bertinotti si impegnò moltissimo nel sottolineare che il blocco dei devastatori era «nero». Nero, non rosso. Fu il momento in cui la sinistra italiana, schiaffeggiata in piazza dalle sue contraddizioni, stabilì che serviva una nuova, più radicale mitopoiesi: non più compagni che sbagliano, ma «squadristi» che nulla hanno a che fare con il proprio mondo. Da allora, quando non tacciono, da sinistra continuano a raccontarcela così. Per questo, se è stato bello che i milanesi siano scesi in piazza per ripulire la città, sarebbe stato ancora più bello se fossero stati capaci di riconoscere in Pisapia non un loro primus inter pares, ma qualcuno cui chiedere conto di quello che era successo.