Passanti travolti, i ragazzini Rom ora giocano a nascondino con la polizia

Stanotte il padre di uno dei presunti responsabili della morte della donna filippina a Boccea è stato ascoltato a lungo ma neanche lui è riuscito, o non ha voluto, fornire elementi utili alle indagini per trovare i ragazzini Rom, presumibilmente minorenni, responsabili della tenatta strage. Nessuno sa dove siano, nessuno riesce a contattarli. I due ricercati che mercoledì sera erano a bordo dell’auto che ha ucciso una 44enne filippina e ferito altre 8 persone alla fermata dell’autobus sembrano essersi volatilizzati nel nulla anche se al campo della Monachina, dove risiedono, sono sicuri che presto si consegneranno. Almeno così dice la sorella del 16enne marito della ragazza di 17 anni arrestata ed interrogata ieri dal giudice che ne ha convalidato l’arresto, con l’accusa di concorso in omicidio volontario. La stessa che pende sulle teste del giovanissimo sposo e dell’altro passeggero che la sera di mercoledì era sull’auto piombata a folle velocità sul gruppo di persone alla fermata dell’autobus.

Il padre dei ragazzini Rom non è credibile

Intanto il premier Matteo Renzi chiede “alle forze dell’ordine di intensificare ogni sforzo perché quei tre o quattro che erano sulla macchina che ha ucciso una donna a Roma siano catturati. Prendo un impegno: non saremo tranquilli finché non avremo assicurato alla galera quelle persone che hanno distrutto la vita di una donna”. Gli investigatori escludono che il passeggero – come invece affermato dai familiari – sia il padre del ragazzo, che proprio si è autoaccusato dell’incidente. «C’ero io alla guida dell’auto sono stato io. Mi dispiace ma ero ubriaco», parole poco convincenti per gli investigatori tanto che potrebbe rischiare il favoreggiamento. Ieri al campo sul cavalcavia della via Aurelia le camionette della polizia hanno sorvegliato la struttura per l’intera notte, per paura di eventuali ritorsioni nei confronti della comunità nomade. Soprattutto alla luce del ritrovamento di quattro bottiglie incendiarie vicino alla fermata Battistini della metro, dove è avvenuto l’incidente mortale. «Abbiamo paura che qualcuno possa passare qui sulla strada e lanciarci qualche molotov dentro – dicono i residenti del campo -, per fortuna ora c’è la polizia, speriamo non accada nulla quando andranno via». Sulla strada le candele della veglia in ricordo di Cory Abordo, la 44enne filippina vittima dell’incidente, non ci sono più. Ci sono però ancora i mazzi di fiori a ricordare a chi passa la tragedia di mercoledì sera. Il fuoco delle candele ha illuminato ieri anche il Campidoglio, dove la comunità filippina si è riunita in preghiera insieme con il vicesindaco della Capitale, Luigi Nieri, e la giunta guidata da Ignazio Marino, ancora negli Stati Uniti, dove nei giorni scorsi ha ricevuto una laurea honoris causa. In Italia la laurea l’ha presa in fallita integrazione e insicurezza urbana.