Un parlamentare si dimise e non volle il vitalizio: fu il missino Enrico Endrich

Enrico Endrich. Tenete a mente questo nome. Nella quotidiana querelle sui costi della politica, sulle pensioni più o meno d’oro e sui vitalizi più o meno dovuti, Endrich è non uno dei pochi, è addirittura l’unico che meriterebbe continue e quotidiane citazioni. E invece solo Libero se ne è ricordato. Perché probabilmente ricordarne opera e atteggiamenti potrebbe dar fastidio.

 Enrico Endrich, grande penalista e fervente fascista

Grande penalista ed esperto d’arte nonché podestà di Cagliari e fervente fascista dopo la guerra fu eletto deputato: Esattamente alle politiche del 1953. Una esperienza breve. Endrich si dimise infatti nel 1955, subito dopo l’approvazione della legge che garantiva, da allora in poi,  ai parlamentari il vitalizio. E lo fece con un garbo e uno stile ormai ignoti. Scrisse infatti una lettera all’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi argomentando che il “concedere la pensione ai senatori e ai deputati equivale ad afermare il principio della professionalità della funzione parlamentare”. Un principio che lui non si sentiva di accettare. La Camera respinse, ma lui scrisse di nuovo a Gronchi confermando l’intenzione di lasciare. Così fu accontentato.

 Tornò in Parlamento con il Msi e rifiutò il vitalizio

Tornò in parlamento nel 1972, sempre con il Movimento sociale e sempre con le sue incrollabili convinzioni. Per cui anche quella volta rifiutò il vitalizio con tanto di lettera all’amministrazione. E non è finita. Alla sua scomparsa, avvenuta nel 1985, alcuni funzionari del Senato contattarono la vedova per chiederle dove recapitare la pensione di reversibilità. Inutilmente. Anche la moglie di Endrich rifiutò l’assegno dello Stato. Altri tempi. Altra tempra.