Moro, 37 anni dopo emergono le “verità indicibili” sul patto Dc-Br

Sono passati trentasette anni dalla morte di Aldo Moro. Il 9 maggio del 1978, il cadavere del giurista, ucciso dalle Brigate Rosse con dieci cartucce dopo 55 giorni di sequestro, venne ritrovato in via Caetani a Roma nel portabagagli di una Renault 4 rossa rubata. L’auto venne parcheggiata dai brigatisti vicino a piazza del Gesù, dov’era la sede nazionale della Democrazia Cristiana, e a via delle Botteghe Oscure, dove si trovava la sede nazionale del Partito Comunista Italiano. Commemorazioni e ricordi a parte, proprio in questi giorni esce un libro con delle nuove rivelazioni su quel sequestro che cambiò la storia d’Italia.

Quel patto tra Dc e Br per uccidere Moro

È una vera e propria anatomia del delitto politico più importante del 900 italiano quella scritta da Stefania Limiti e Sandro Provvisionato per Chiarelettere. Di recente arrivato nelle librerie, “Complici. Il patto segreto tra Dc e Br” passa al microscopio i momenti salienti del caso Moro e la conclusione è impietosa: ci hanno raccontato solo una verità “aggiustata”, cioè frutto di un accordo tra i due protagonisti visibili, la Dc e le Br, entrambi intenzionati a non far emergere le zone indicibili della vicenda. Gli uni per mantenere la propria purezza rivoluzionaria, gli altri per difendersi dai sospetti di non aver saputo, o peggio voluto salvare la vita dell’uomo che rappresentava il cuore del partito e come dissero le Br dello Stato. Sono tante le cose raccontate ma non credibili a cominciare dal momento dell’agguato a via Fani, azione di alta precisione militare realizzata senza nessuna preparazione e con un armamento composto da residuati bellici da un gruppo di brigatisti dal numero ancora imprecisato: 10, 12, 9, non si sa. Più di 90 proiettili sparati, in un minuto e mezzo. Le perizie balistiche dicono anche che metà dei colpi furono sparati da una sola arma mai ritrovata. Chi è il killer che spara a raffiche brevi? Morucci ha raccontato che il suo mitra e quello di Fiore si erano inceppati. E hanno perso diversi secondi per cercare di sbloccarli. Sulla base delle perizie, inoltre, è sicuro – dicono gli autori – che c’era anche uno sparatore molto preciso da destra: perché le Br lo negano? Tanti altri sono i punti affatto spiegati: il rapporto tra il “dissociato” Morucci ed alcuni emissari della Dc; il quarto uomo fu davvero Germano Maccari? E perché Raimondo Etro – secondo gli autori del libro – sarebbe stato indotto a indicarlo tra i partecipanti ad una riunione al posto di Maurizio Iannelli per rafforzarne il suo ruolo nel gruppo e quindi la responsabilità che poi gli fu scaricata addosso, cioè di aver partecipato all’omicidio del Presidente della Dc? Il diretto interessato, Raimondo Etro, nega di aver mai partecipato a quell’incontro e di aver mai chiesto di “sostituire” Iannelli con Maccari perché sarebbe stato “più utile”, come sostenuto nel libro: «Non mi spiego quale sia la fonte di questa ricostruzione visto che nel libro è anche scritto che queste affermazioni non hanno mai trovato conferma», chiarisce l’ex terrorista Etro.

Le carte di Moro

Ricostruita nei dettagli (e con non poche sorprese) anche tutta la vicenda del ritrovamento delle carte nel covo in via Monte Nevoso. E infine perché la Risoluzione della direzione strategica, cioè il bilancio finale dell’Operazione Moro, fu scritta in gran parte dai brigatisti detenuti? Presentando il libro a Milano, Alberto Franceschini, tra i fondatori delle Br, ha detto: “Ci arrivò in carcere solo una prima parte di quel documento. Ho sempre avuto il sospetto che a scrivere quella parte sia stato Giovanni Senzani. Lo stile era quello”. Senzani, cioè il “convitato di pietra” del caso Moro, sempre sfuggito ad ogni inchiesta.