Made in Italy: è guerra a Bruxelles. In gioco 100 miliardi di export

Su “Affari e Finanza”, supplemento economico de “La Repubblica”, si legge che il premier Renzi ha inviato “una lettera decisamente esplicita al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha parlato al telefono con Angela Merkel e a breve potrebbe scriverle una missiva tanto schietta come quella spedita a Bruxelles. Già, perché giovedì prossimo nella capitale belga ci sarà la resa dei conti: i ministri del Consiglio competitivita voteranno sull’obbligo di indicare il paese di provenienza delle merci vendute uiEuropa. Per l’industria manifatturiera italiana un dossier che vale una finale di Coppa del mondo. E l’avversario da battere ancora una volta è la Germania di Angela Merkel.

E’ in ballo la difesa del Made in: Renzi sfida la Merkel

Dopo essere stata a lungo respinta questa proposta, nel 2013 l’allora commissario europeo all’Industria, Antonio Tajani, è riuscito a far approvare all’esecutivo comunitario un regolamento ad hoc che lo scorso anno è stato votato a larga maggioranza dal Parlamento europeo. Ma la partita ora è tra i governi, con il fronte del Nord guidato da Londra e Berlino che blocca la decisione. Da un lato i cosiddetti “Amici del Made In”, undici paesi con una grande tradizione manifatturiera che spingono: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Croazia, Romania, Bulgaria, Slovenia, Cipro e Malta. Sul fronte opposto i contrari, ad oggi maggioranza. Paesi come Gran Bretagna, Svezia o Olanda che vivono di commercio e vogliono poter continuare a griffare con il marchio nazionale prodotti che di fatto comprano in Cina o in altre nazioni a basso costo, basso controllo sulla salute dei consumatori e sulla mano d’opera. Oppure la Germania, vero cardine del negoziato, che non vuole far passare i settori dell’industria italiana non perché ne sia in concorrenza diretta, ma perché teme un precedente che in futuro estenda l’obbligo di etichettatura anche ai suoi prodotti di punta come l’auto o l’hi-tech perdendo la possibilità di griffare con il made in Germany se realizzati in parte all’estero.

L’obbligo di etichettatura aiuterebbe la crescita continentale

Uno studio “dimostra l’obbligo di etichettatura aiuterebbe la crescita continentale, in particolare delle Piccole e medie imprese, nei comparti calzature, ceramiche e tessile. Inoltre arredamento e gioielleria hanno chiesto spontaneamente di essere menzionati tra i settori che ne beneficerebbero. Dei sei rami presi in considerazione (i sostenitori del Made In hanno già rinunciato all’industria pesante per non urtare i tedeschi) solo i giocattoli sarebbero danneggiati. La palla è quindi passata alla presidenza di turno dell’Unione, la Lettonia, che ha preparato una proposta di compromessochel’Italia ha giudicato inaccettabile: approvare il Made In solo per calzature e ceramica domestica (dunque senza edilizia e sanitari) lasciando fuori gli altri settori”.