La figlia di Paolo Borsellino: così lo Stato lasciò ammazzare mio padre

«Credo di non urtare la suscettibilità di nessuno se dico che allora non si è fatto nulla per evitare che lo ammazzassero. Si può dire oggi che quel disegno mafioso non fu ostacolato abbastanza dallo Stato».
Lucia Borsellino, figlia del giudice Paolo Borsellino, non usa mezzi termini per raccontare ai giovani studenti delle scuole superiori incontrati oggi a Pisa in occasione della giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi quale fu la responsabilità dello Stato nell’omicidio di suo padre e degli agenti di scorta, in quella strage assurda e prevedibile a cui andarono incontro, consapevolmente, quei servitori dello Stato mentre lo Stato restava, colpevolmente, a guardare.

Il parallelo fra l’omicidio Borsellino e il sequestro Moro

Lucia Borsellino ripercorre per quei ragazzi quell’ultimo terribile, luttuoso periodo fatto di avvertimenti, tensioni. «Già nella commemorazione di Giovanni Falcone a un mese dalla strage di Capaci – ha ricordato – mio padre disse pubblicamente di voler essere ascoltato, ma nessuno lo ha mai fatto. Fu lasciato solo e oggi è giusto che si sappia».
Riferendosi a quell’isolamento, Lucia Borsellino ha poi concluso: «Non voglio fare parallelismi con la vicenda di Aldo Moro, ma penso che anche mio padre abbia vissuto una sorta di sequestro morale durato 55 giorni in attesa della sua morte. Mai prima di allora ci fu un omicidio tanto annunciato che lo ha costretto a vivere ingaggiando una vera e propria corsa contro il tempo che gli rimaneva a disposizione».

Lucia Borsellino: non mi piacciono i professionisti dell’antimafia

Quanto alla cosiddetta “trattativa Stato-mafia“, la figlia del magistrato assassinato è molto esplicita: «io non ho gli strumenti per giudicare vicende come quelle della presunta trattativa Stato-mafia, però mi appello alla coscienza di ciascuno per fare finalmente chiarezza su questo e altri aspetti ancora oscuri del nostro Paese».
«Credo – ha aggiunto Lucia Borsellino rivolgendosi direttamente ai giovani presenti nell’auditorium dell’Opera Primaziale Pisana – che ciascuno di voi, di noi, abbia il dovere di cercare la verità senza delegare questa incombenza a qualcun altro. Non mi piacciono i professionisti dell’antimafia perché auspico che questa coscienza civile sia di tutti e non solo di qualcuno. Per fortuna posso testimoniare che a Palermo, in Sicilia, qualcosa sta cambiando».
Infine, ha concluso Lucia Borsellino, «occorre impegnarci tutti per arrivare alla verità non solo sulle stragi del ’92 ma anche su quelle degli anni precedenti che ancora non hanno ottenuto alcuna verità che spesso resta coperta sotto il segreto di Stato».