Da via degli Scipioni alla Casa del Jazz. Gli amici storici ricordano Giampiero

Elegante, in un ambiente che non lo era, immancabili calzettoni Burlington (l’unico a indossarli insieme a Tomaso Staiti di Cuddia), scanzonato, irriverente, geniale. Evoliano con la passione del jazz, rautiano atipico, tra gli ideatori del Primo Campo Hobbit (insieme con Generoso Simeone), inventore  dell’Alexanderplatz (storico jazz-club che ha compiuto trent’anni lo scorso 18 maggio), Giampiero Rubei è stato una pietra miliare per la destra che, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, metteva il naso fuori dai recinti della militanza politica tradizionale e aggrediva l’ambiente esterno. L’Alexanderplatz di via Ostia a Roma è diventato uno dei maggiori punti di riferimento per il jazz degli ultimi cinquant’anni. E non solo in Italia. Il locale di Giampiero “venne esportato” in tutto il mondo con Festival a Pechino, in Corea, a Londra, a Parigi, a New York  con oltre cinquanta concerti (il più bello quello del quintetto di Red Rodney, che è stato al fianco di Charlie Parker).

L’amore per il jazz

«È stata una sfida, con un po’ di incoscienza giovanile – raccontava Giampiero – all’inizio le difficoltà sono state di tipo economico, ovviamente. Sotto casa mia c’era un locale abbandonato e il gestore mi disse “perché non te lo prendi per fare il jazz?». E così è stato. Erano finiti da poco gli anni di piombo, con il loro bilancio di morti e di sangue, e le persone avevano sete di una dimensione più umana, di una condivisione diversa. «C’era il desiderio di ritrovarsi in altri luoghi e la nascita dei club era spontanea», diceva interpretando la voglia di uscire dalle sezioni, conquistare la società e intercettare lo spirito del tempo. Prima dell’Alexanderplatz, forse nel 1981, Giampiero Rubei, ci aveva già provato, testardo e istrionico come era, affittando a Roma un teatrino in cima a via Cavour dove con qualche amico aveva messo in piedi Il Cenacolo: musica dal vivo, tanti giovani, un angoletto con i poster di Frazetta (non troppo in vista), qualche libro e riviste di area per unire – era il suo pallino – la politica alla cultura con un linguaggio nazionalpopolare.

Una pietra miliare

Se lo ricorda bene Umberto Croppi, “responsabile” di quel primo esperimento acerbo.«All’epoca nessuno se la sentiva di affittarci spazi e poi per noi erano costi proibitivi. Il proprietario di quel teatro, invece, si accontentò di un affitto modesto… Ricordo che facemmo un convegno, forse il primo della storia, sull’Irlanda, Giampiero ha dedicato l’intera vita alla musica, non conosceva scissioni, l’impegno artistico era per lui una forma di militanza». Dopo gli anni giovanili dedicati alla politica (era segretario della sezione di Monteverde), Rubei si licenziò dal suo lavoro per tuffarsi in questa attività di promozione artistica e musicale. Croppi ricorda un esperimento misconosciuto realizzato alla fine degli anni Settanta nell’ambito delle cosiddette iniziative parallele del Msi: «Un’ora di Musica. Fu un evento unico per quegli anni al Teatro Tendastrisce, quello che oggi si chiamerebbe un contest, tre giorni di esibizioni di gruppi musicali spontanei (non di musica alternativa) reclutati nelle scuole di Roma. Una forma geniale di rappresentazione senza etichette, un modo di aprirsi al mondo degli “altri” vissuto con sospetto dai dirigenti di partito».

Da via degli Scipioni a Villa Celimontana

«Questa diversità era la sua cifra», racconta Gennaro Malgieri che conobbe Rubei quarant’anni fa «in quell’ambiente particolarmente effervescente di via degli Scipioni (quartier generale di Pino Rauti). Ci fu una spontanea e immediata simpatia, anche caratteriale salvo scoprire poi una comune passione per la musica e per il jazz quando, diversi anni dopo, Giampiero ebbe la felice intuizione di inventare l’Alexanderplatz di cui ero un frequentatore assiduo: era un pretesto per ascoltare buona musica, mangiare un piatto di pasta e parlare di politica alla nostra maniera, trasferendo cioè la politica nel più vasto ambito culturale». Dietro quell’atteggiamento scanzonato e irridente c’era un uomo radicato in una profonda cultura, come dimostra l’attività «frenetica nel contribuire allo svecchiamento  della destra italiana». Campi Hobbit, raduni giovanili, riviste underground, eventi musicali fino alla Casa del Jazz e al Festival di Villa Celimontana.

Viaggi, scalate e trasferte politiche

«Abbiamo passato un vita insieme, viaggi, vacanze, escursioni in montagna». Marcello Perina fa quasi fatica a ricostruire decenni di amicizia con Giampiero. Ricorda di vacanze con la famiglia in Spagna, a Camogli, ad Alba adriatica. Ma anche trasferte politiche («ogni congresso del Msi era un’occasione per girare l’Italia insieme»). «Ricordo un viaggio a Marsiglia ai tempi dell’Oas, la partecipazione a convegni internazionali delle destre europee, persino la visita a un campo di esercitazioni paramilitari». Era un amico divertente, generoso, sempre disponibile. «Con lui non ti annoiavi mai – racconta Perina –  l’ho visto per l’ultima volta qualche giorno fa insieme a Tommaso Manzo e Nazzareno Mollicone.  Era meno affaticato rispetto a dicembre, aveva progetti e tante idee. Credo  che la morte di Carlo Carocci, con il quale aveva un rapporto quasi simbiotico, sia stata per Giampiero il colpo di grazia, una mazzata interiore dalla quale non si è ripreso».

 L’anima sociale e nazionalpopolare

«Mai sazio di progetti. Solo pochi giorni fa ci aveva confessato l’intenzione di andare a vivere fuori Roma e di riprendere in mano l’Alexanderplatz, oggi gestito dal figlio Eugenio, per rimettere mano al settore della ristorazione», racconta Nazzareno Mollicone. «Del variegato ambiente rautiano, Giampiero rappresentava l’anima sociale e popolare, fu coinvolto anche nel sindacato, oltre ad essere un coraggioso militante. Ricordo il suo impegno a Monteverde, la sua macchina incendiata dagli avversari, le sue corse in tipografia per stampare Linea. Potremmo dire che Rubei con la sua vita è stato una “rappresentanza integrale dell’uomo di destra”. Militanza, impegno sociale, la promozione del jazz oltre i confini politici. Era molto amico di Gianni Borgna (storico assessore alla Cultura del comune di Roma scomparso qualche anno fa) e attraverso ambienti distanti ha sempre cercato di fare rete». Un filo rosso che unisce il jazz a Evola, Kerouac e Céline. Lo scorso luglio, alla notizia dello sfratto dell’Alexanderplatz, Ferdinando Parisella ha dedicato una nota su Facebook all’amico di sempre. «Una pagina si sta per chiudere. Una pagina ricca di storie lunghe e importanti, quanto il tempo che è passato dal suo inizio, trent’anni. La metà della mia vita. E chi non conosce Giampiero? Tutti. Ma dico, tutti. Un diluvio di parole, di iniziative, di visioni del mondo, di sogni. E anche di porchetta. Ci dormiva abbracciato la notte a Castel Camponeschi, terzo Campo Hobbit…». E se chiude via Ostia «si può sempre aprire da un’altra parte. A Giampiè, noi siamo sempre quelli del boia chi molla, noi eh?», scriveva  Parisella che oggi promette di dedicare a Giampiero la programmazione musicale di aprile del suo Doolin, irish pub di Latina.

(I funerali si svolgeranno sabato alle 11 alla parrocchia Santa Maria Regina Pacis a Monteverde, in piazza Rosolino Pilo)