Sulle note del jazz a Roma l’ultimo saluto a Giampiero Rubei

Amici fraterni, militanti storici con i capelli bianchi e qualche ruga, monteverdini doc, amanti del jazz, scanzonati e irriverenti “inquilini” dell’Alexanderplatz, la “sua” creatura che lo scorso anno ha compiuto trent’anni. La vecchia guardia, ma anche tanti giovani che non l’hanno conosciuto ma «volevano esserci». Nella Parrocchia di Santa Maria Regina Pacis (la stessa dove poche settimane fa si sono celebrati i funerali di Carlo Carocci, “quasi” un fratello), nel cuore di Monteverde, si è svolto l’ultimo saluto a Giampiero Rubei, classe ’40, morto il 2 aprile scorso a Roma, “mese crudele” come diceva Eliot.

Giampiero Rubei: una fucina di idee

Una cerimonia sobria, sulle note del suo jazz. Composta, nello stile di Giampiero, solare e anti-retorico per eccellenza. Dirigente politico appassionato, rautiano atipico, colto senza ostentazione, geniale nelle sue sperimentazione che metteva in piedi a tempo di record e con successo, a differenza di altre iniziative di tanti “soloni” naufragate prima di iniziare. A salutare Giampiero Rubei c’è tutta la sua comunità politica e umana, che è accorsa, chiamata tam tam di telefonate e messaggi che hanno inondato il web, per stringersi accanto a Laura, Eugenio (il primogenito, una goccia d’acqua) e il “piccolo” Paolo.

Una vita alla ribalta

A ricordarlo, tra gli altri, Renato Manzini. Preferisce non parlare a braccio per l’emozione e legge una lettera scritta a poche ore dalla tremenda notizia. «Ci siamo salutati giorni fa promettendo di rivederci presto e di riprendere il filo di quel discorso mai interrotto. La scomparsa di “Carletto” (Carocci, ndr) ci aveva ricordato che la compagna grigia non salva nessuno, nemmeno quelli che non meriterebbero mai di smettere di sorridere alla vita. Abbiamo parlato di ciò che ci eravamo lasciati alle spalle, senza reducismi inutili, non erano per te e non sono ancora per me…». «Non so – prosegue Renato – se qualcuno scriverà mai la storia vera della nostra generazione, se qualcuno avrà il coraggio di rendere onore a chi ha dimostrato come, anche e soprattutto, dalla parte dei diseredati e maledetti della politica, c’era il vizio della cultura: da produrre e non da sfoggiare; c’era la volontà di ricerca di modi di esprimersi e di esprimere il proprio sentire, proprio per uscire da quegli schemi che una sinistra, ottusa e reazionaria, imponeva come modello unico ed omologante per finti ribelli, radical chic, registi del potere, poeti del nulla e veri borghesi. Sei stato il motore entusiasta ed entusiasmante di mille attività, quelle che, con definizione di tipo sovietico, si chiamavano le “attività parallele”». Quante resistenze, quante battaglie è costato «il tuo essere avanti, il tuo crederci e provare fino in fondo, il rifiutare il no preconcetto. Quando ho visto deputati da niente, ministri per caso, idioti veri diventare “qualcuno”, ho capito che per quelli come te la ribalta difficilmente è la “politica”, ma è la vita».

Eterno Peter Pan

E Giampiero, eterno Peter Pan, sembrava davvero indistruttibile. «Sembrava non dovesse mai morire – come ha scritto Paola Frassinetti su Facebook– sembrava immortale. Come una colonna dorica. Come una bella canzone. Come le Idee vere». Lui, protagonista fra tanti di quel mondo speciale della destra romana che era il “cenacolo” di via degli Scipioni, quartier generale di Pino Rauti, ma anche e soprattutto una fucina di idee e di avanguardie. Lui, raffinato cultore musicale, instancabile pioniere. Giampiero Rubei era ovunque ci fosse da “sporcarsi le mani”, in giro per il mondo da direttore artistico dell’Alexanderplatz, a riparare tubi, a tentare l’avventura in Campidoglio con la mitica campagna elettorale Punto e Basta, a costruire il borgo medioevale di Castelcamponeschi (Terzo  Campo Hobbit) o in prima linea, con gli stivali nel fango, a soccorrere i terremotati dell’Irpinia con l’indimenticabile Teodoro Buontempo.