Russia, dopo 25 anni chiude il primo McDonald’s. Colpa della crisi ucraina?

Ufficialmente è un problema banale: un McDonald’s russo sarà costretto a chiudere perché non è riuscito a mettersi d’accordo sull’affitto con il proprietario del locale. Qualcosa del genere è successo anche in Italia, quando il ristorante al Pantheon, a Roma, decise che i locali costavano troppo e chiuse. Ma dietro il caso russo potrebbe esserci una situazione ben più complessa, da leggere alla luce dei rapporti tra il Cremlino e gli Stati occidentali, Usa in testa.

Un effetto delle sanzioni?

Lo “sfratto” del McDonald’s di Belgorod, a sud di Mosca, di cui ha dato notizia l’agenzia Tass, è atteso per metà maggio. Si tratta del primo caso di chiusura definitiva da quando, 25 anni fa, il colosso statunitense del fast food, che oggi conta 493 punti vendita nel Paese, sbarcò in Russia. Soprattutto, si tratta di un caso che avviene nel quadro delle restrizioni commerciali volute dagli Stati Uniti per la crisi ucraina e del conseguente embargo russo per i prodotti alimentari dei Paesi che hanno aderito alle sanzioni. E c’è chi pensa che si tratti di una ritorsione nei confronti degli Usa.

Intensificati i controlli sanitari

Da quando l’embargo è stato varato, Rospotrebnadzor, l’agenzia federale russa preposta ai controlli sanitari, ha avviato una serie di verifiche molto serrate sui McDonald’s sparsi nel Paese, disponendo la chiusura di una dozzina di ristoranti per violazione delle norme igienico-sanitarie. Tra i locali colpiti c’erano anche quello di piazza Pushkin, il primo McDonald’s aperto nell’allora Urss, nel 1990, quando per l’inaugurazione si formarono file chilometriche, e lo stesso ristorante di Belgorod, che fu chiuso lo scorso novembre e poi venne anche sanzionato con una multa di 100mila rubli, circa 2mila dollari. Finora, però, erano state tutte chiusure temporanee.