La “rottamatrice di Arcore” lasci in pace Razzi. Almeno lui i voti se li è sudati

Antonio Razzi contro Silvia Sardone. Da un lato il senatore prima dipietrista e poi berlusconiano reso popolare dall’imitazione che ne fa Maurizio Crozza, dall’altro la giovane “rottamatrice di Arcore”, consigliere municipale di Milano con ambizioni parlamentari. In mezzo, una Forza Italia già stordita dalla guerra interna su liste ed alleanze on vista delle imminenti elezioni  regionali.

La Sardone si è specializzata nell’attaccare i compagni di partito

A scatenare la polemica tra i due, un incauta dichiarazione resa dalla Sardone alla Zanzara di Radio 24.  Nel corso della trasmissione, infatti, la “rottamatrice” azzurra ha rivelato senza alcun imbarazzo di vergognarsi di avere Razzi nel suo partito. La Sardone non è nuova a questo tipo di sortite. Recentemente si è scagliata contro Paolo Romani, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, colpevoli ai suoi occhi di avere capelli grigi e qualche anno di troppo. Ora è la volta di Razzi, diventato bersaglio fin troppo facile, spesso anche con insistenza degna di miglior causa.

Razzi: «Ma chi è? Cerca la pubblicità attraverso il mio nome»

Il senatore, eletto all’estero, non ha mai reagito in maniera scomposta. Stavolta però ha deciso di rispondere a tono, usando gli stessi microfoni della Zanzara e qualche parolaccia di troppo: «Ma che cazzo vuole, ma mi faccia il piacere direbbe Totò. Si fa pubblicità sulla mia pelle, la prossima volta che vedo Berlusconi glielo dico». Da uomo vecchio stampo, Razzi tira fuori concetti ormai obsoleti come «educazione», «rispetto per i colleghi di partito», e «panni sporchi che si lavano in casa». Roba vecchia e inutilizzabile per una convinta cultrice del nuovo come la Sardone. Razzi lo sa e tira fuori la comune fede nel Cavaliere: «Berlusconi mi ha detto che faccio benissimo a cantare – assicura – e poi è per beneficenza». quindi l’affondo, giocato tutto sulla sua storia personale: «Andasse a lavorare per 41 anni come operaio in Svizzera come ho fatto io prima di parlare. Io sono entrato in Parlamento con migliaia di preferenze, lei ha preso 20 voti in un quartiere a Milano, solo quelli dei parenti e dei vicini». E come dicono a Roma: «Quanno ce vò, ce vò».