Ramelli non era un martire: il colpo basso dell’Espresso “spiegato” così…

“Ciao sei Michele Sasso?”. “Sì”. “Sono una collega del Secolo d’Italia”. “Ah ma non eravate morti al Secolo d’Italia?”. “No ci siamo, online e non su carta”. “Capito”. “Senti io ti chiamo a proposito del tuo articolo sull’Espresso, quello sul 25 aprile nero che si celebra a Milano approfittando dell’anniversario della morte di Ramelli…”. “Sì, dimmi”. “Sai che ha suscitato parecchia indignazione tra chi conosce la storia di Sergio Ramelli?”. “Ah sì? E perché mai?”. “Perché hai scritto che non era un martire anzi partecipò a una manifestazione di neofascisti violenti, di terroristi neri…”. “Ah, ma questo non giustifica le sprangate”. “Ma questo non lo hai scritto, io non l’ho trovato scritto da nessuna parte in quel servizio”. “Ho parlato di tragica stagione…”. “Ramelli è stato assassinato, i suoi assassini sono stati processati, c’è stato un grosso dibattito in Italia sulla violenza di quegli anni, molti hanno fatto mea culpa, gli assassini hanno scritto una lettera alla madre dicendo che il figlio neanche lo conoscevano, che sono andati ad ammazzarlo così, per sentito dire… tutto questo non è minimamente accennato. E poi c’è la foto”. “Eh, la foto”. “Avete pubblicato una foto dicendo che si tratta di Ramelli ma questo non è verificato”. “Ma dai, ma è accertato che si trovava in piazza quel giovedì nero del ’73”. “Ma chi lo ha accertato?”. “L’osservatorio democratico sulle Nuove Destre”. “Ah quelli che seminano odio pubblicando nomi e cognomi e indirizzi”. “Questo è come lo vedete voi…”. “Ma voi chi? Ma lo sai che quarant’anni fa questo era il metodo per alimentare gli scontri e le violenze? Lo sai che hai pubblicato una foto di un ragazzo morto dicendo che non era un martire come per dire che in fondo se l’era un po’ cercata? Il metodo è quello guarda, usarlo oggi è da irresponsabili e soprattutto a chi giova? Ti sembra un’informazione corretta?”. “Guarda io a Milano ci vivo, le vedo le parate che fanno con i simboli nazisti…”. ” Ho capito, vorrei solo sapere un’ultima cosa: tu li hai vissuti gli anni Settanta?”. “Ma dai, macché, io ho 38 anni”.

Una foto di Ramelli, ma chi ha verificato?

Questo è il contenuto della telefonata (riportato a memoria) al giornalista dell’Espresso Michele Sasso, che in un articolo sull’ultimo numero del settimanale, Il 25 aprile nero si celebra a Milano, così scrive a proposito di Sergio Ramelli: “Non sarebbe però un martire Sergio Ramelli, secondo l’osservatorio sulle nuove destre. Nelle foto apparse il 18 aprile 1973 sul quotidiano «Lotta continua» (digitalizzato dalla Fondazione Erri De Luca ) pubblicate pochi giorni dopo l’uccisione dell’agente di polizia Antonio Marino spunta il giovane. Il «giovedì nero di Milano» sfociò in una violenta dimostrazione con numerosi atti di violenza e di teppismo, con schermaglie tra forze dell’ordine e missini…. Negli scontri c’è anche Sergio Ramelli, all’epoca quasi diciassettenne, immortalato a pochi secondi dal lancio della prima bomba, alle 18.20 in piazza Tricolore… Ramelli in quella giornata era in buona compagnia: Vittorio Loi e Maurizio Murelli, autori del lancio delle tre bombe, e si ritrovò insieme a terroristi neri del calibro di Marco Ballan di Avanguardia nazionale, Mario Di Giovanni di Ordine nero (condannato di lì a poco a Varese per detenzione di tre chilogrammi di materiale esplodente), Giancarlo Rognoni, Piero Battiston, Francesco De Min e Mauro Marzorati di Ordine nuovo“.

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Come ai tempi dell’eskimo in redazione

 

L’articolo è costruito con la tattica manichea, allusiva e tendenziosa dei tempi dell’ “eskimo in redazione” – Sasso non era nato all’epoca ma la tecnica di demonizzazione la pratica a perfezione. Viene processato il povero Ramelli (la vittima) e quelli che lo ricordano con simboli “nazisti”. Il servizio trasuda ideologia e voglia di criminalizzazione. Immagino che nei prodotti giornalistici del neo-antifascismo ciò sia la prassi: approssimazione, senso di superiorità, assoluta convinzione di stare dalla parte giusta. Ramelli non era un violento bombarolo, ma chi ha letto quell’articolo sull’Espresso se ne fa quest’idea. Al contrario nella memoria dei missini e postmissini, che conoscono la sua storia, Ramelli rimane il ragazzo col sorriso un po’ triste, agonizzante per quaranta giorni, perseguitato nella sua scuola, nell’indifferenza dei suoi stessi insegnanti, e infine ucciso. Il ragazzo cui vengono negati i funerali. Il ragazzo per la cui morte si applaude in un’aula istituzionale. Non si vede la ragione di continuare a ballare sui cadaveri di allora. Non se ne vede la ragione etica, ma soprattutto quella giornalistica.