Nanni Moretti e quel film che parla della mamma ma demolisce il “renzismo”

«Sentivo che dovevo fare un film impegnato, perché la gente ci chiede di esserlo in questa fase storico di crisi del Paese, dobbiamo testimoniare questi problemi…». Margherita Buy, che nel film “Mia madre” impersona una regista di sinistra molto impegnata ed eternamente incazzata (praticamente una Nanni Moretti in gonnella) un attimo dopo aver detto quella frase a bassa voce confessa all’amico che “tanto dico sempre le stesse cose da anni, non so neanche io più cosa dire…”. Ecco, appunto. L’ultimo film di Nanni Moretti, “Mia madre“, non parla di politica. Ovviamente ha al centro il tema della famiglia, dei sentimenti, dei legami che si spezzano, del tempo che scorre, della rabbia e l’impotenza che si prova nel prendere coscienza della imminente perdita di un parente stretto. In questo senso, il film è essenziale, forte, lento ma inesorabile nonostante una trama banale ma non retorica. Da vedere, con lo spirito di chi va a una seduta di psicoanalisi. Ma in fondo parla anche di politica.

Nanni Moretti e il tema del lavoro

Il copione a margine di “Mia madre” è la morte della politica, del lavoro, della speranza generazionale di chi vive l’età di mezzo caratterizzata dalla distonia tra l’ottimismo renziano e la realtà che emargina chi viene espulso dal ciclo produttivo. Il fim parla di un film in lavorazione, con la Buy (che di fatto impersona Moretti, anche se nel film è in realtà suo fratello) nelle vesti di regista alle prese con un attore americano che fa le bizze (John Turturro) e la lenta agonia della mamma in ospedale (in un reparto pulito, ordinato, senza barelle nei corridoi…). Si gira in fabbrica, dove un gruppo di operai fa fisicamente le barricate per impedire la chiusura dell’azienda, fino all’arrivo dell’imprenditore americano che prima rileva per quattro soldi la società, poi promette investimenti, quindi annuncia licenziamenti di massa. Cosa vi ricorda questa storia?

Dalla fiction alla realtà della Whirpool

Nanni Moretti, come accadde per “Habemus Papam”, dimostra sempre doti di preveggenza. Basta leggere i giornali di questi giorni per scoprire che si sta consumando, a Caserta, la stessa vicenda narrata nel film, con la Whirpool-Indesit, multinazionale americana, che in sprezzo agli accordi firmati ai tavoli sindacali e col governo, ha annunciato un piano di ristrutturazione che rischia di mandare a casa centinaia di lavoratori, che ovviamente in questi giorni sono in fabbrica a fare le barricate. Nel film mancano le promesse di Renzi, ma fa da sfondo alla vicenda il dramma occupazionale di un Paese che saluta, come per la Liberazione l’arrivo degli americani generosi e salvifici, con un premier pronto a inchinarsi al primo straniero che passa e investe qualche spicciolo qui da noi. Per poi ritrovarci con voragini occupazionali, quasi sempre al sud, quasi sempre con i toni ultimativi che usa il Turturro “americano” nel film di Moretti. Il quale, sempre nella pellicola, quasi come una provocazione nei confronti di quell’esasperata ricerca della flessibilità del lavoro che impera grazie alle formule miracolistiche del Jobs Act, annuncia a 50 anni di volersi licenziare dalla propria azienda, nonostante le avidi constatazioni del suo datore di lavoro: «Ho lavoranto tanto negli ultimi anni, sono stanco…». «Ma lei, alla sua età, chi la prende più a lavorare?». Ecco, appunto, nessuno.

Nell’Italia del renzismo dilagante, dove tutti devono stare sereni altrimenti si beccano l’etichetta di gufi, anche una battaglia sindacale come quella che ci racconta Moretti risulterebbe anacronistica. Ed è per questo che il regista, anima critica della sinistra italiana, forse l’ha voluta inserire nel proprio film per farsi beffa di quel premier così leggerino.