È morto Giampiero Rubei. Da Evola al jazz, la sua avventura ha lasciato il segno a destra

E se n’è andato anche Giampiero Rubei, classe 1940, poche settimane dopo l’amico inseparabile Carlo Carocci. Se ne va nei giorni precedenti la Pasqua (come Tony Augello, come Paolo Colli) e la notizia fa in un attimo il giro del suo vecchio mondo. Una comunità dove la presenza di Giampiero è stata costante, instancabile, assidua. Rubei è un personaggio storico per tanti motivi e per mille aneddoti che sicuramente a tanti torneranno in mente in queste ore. Segretario della sezione Monteverde a Roma nei plumbei anni Settanta, raccontava di avere dato la tessera del Msi a due “camerati” particolarissimi: Gianfranco Fini e Giusva Fioravanti, due che più opposti di così non avrebbero potuto essere, ma li univa il fatto di avere mosso alla sezione Monteverde i primi passi. E Rubei era divertito dalla circostanza di avere tesserato proprio Fini, lui che era un rautiano di prima fila, un frequentatore quotidiano del seminario della destra illuminata e tradizionalista, via degli Scipioni.

Per il suo mondo Rubei era un esempio

Giampiero Rubei era conosciuto e apprezzato fuori dal suo ambiente per le sorprendenti doti di organizzatore culturale, per i successi del jazz club Alexanderplatz (fondato nel 1983). Per il mondo di provenienza era molto di più. Era un vincente, uno che aveva saputo trasformare nel suo opposto il marchio della sconfitta, che aveva rotto l’isolamento del nostalgismo, che aveva portato al successo la sua passione musicale, che aveva unito business e metapolitica. Era un esempio.  “Nel jazz – spiegava Rubei – c’è il messaggio adrenalinico del Novecento”. Ritmo futurista e popolare, note per restare “in piedi tra le rovine”. Ma Rubei era anche un antiretorico, uno che amava ironizzare, sdrammatizzare, destrutturare i vizi d’ambiente. Si favoleggia di una sua battuta ai camerati amanti della vita dura dell’uomo della tradizione, quelli che scrivevano sui muri “che io sia il guerriero senza sonno”: “Sì – ribatteva lui – tutto quello che volete, però l’acqua calda è stata una grande invenzione”.

Il legame con Julius Evola e con il primo Campo Hobbit

Ma ancor di più il mito di Giampiero Rubei è legato a doppio filo ad un’icona della destra tradizionalista e radicale: Julius Evola. Rubei ne fu seguace negli anni giovanili, frequentando la sua casa di corso Vittorio a Roma “tra i quadri dadaisti e gli sguardi dei Veda”, e nel 1974 – come scrivono Filippo Rossi e Luciano Lanna nel loro Fascisti immaginari – fu “custode dell’ultimo respiro del maestro e testimone delle sue ultime volontà”. Pochi anni dopo altro evento destinato a restare impresso nell’immaginario dei neofascisti: l’organizzazione del primo Campo Hobbit, con Umberto Croppi e Generoso Simeone. Molto di più di un raduno giovanile, della cui importanza si accorgeranno prima gli avversari dei soliti “camerati” sospettosi e ligi alla disciplina di partito. Contraddizioni di un mondo che Rubei conosceva troppo bene. Negli anni Ottanta, infine, la svolta che lo porterà ad essere uno dei maggiori impresari del jazz. Un protagonista, uno che non rifuggiva dalle “affermazioni sovrane e dalle negazioni assolute” ma che sapeva vivere il proprio tempo. Con impegno. Col sorriso. Senza prendersi troppo sul serio. Facendosi volere bene. (I funerali si svolgeranno sabato alle 11 alla parrocchia Santa Maria Regina Pacis a Monteverde, in piazza Rosolino Pilo)