Un milione di immigrati stanno per partire dalla Libia diretti in Italia

Un milione di clandestini è pronto a invadere l’Italia, partendo dalle coste libiche. Non è una barzelletta ma l’allarme lanciato da chi ha il polso della situazione in tempo reale. E’ il procuratore aggiunto di Palermo, Maurizio Scalia, a rivelare i numeri dell’invasione che si sta preparando in queste ore, durante la conferenza stampa sull’indagine su una rete transnazionale che gestisce i viaggi degli extracomunitari verso la Sicilia scoperta dai magistrati palermitani. Un’allerta che arriva a pochi giorni dalla dichiarazione del procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi che aveva messo in guardia dal pericolo che fra i clandestini che stanno sbarcando in queste ore in Italia possano nascondersi soggetti pericolosi come i jihadisti.
«Dai dati in nostro possesso – rincara ora la dose il braccio destro di Lo Voi – sulle coste libiche ci sarebbe circa un milione di migranti pronti a partire per l’Europa. C’è un traffico inarrestabile di uomini».

Ecco le tariffe per il viaggio a tappe dal deserto al Nord Europa

Lo Voi spiega anche cosa è emerso dall’indagine che ha portato al fermo di 14 persone, eritrei, etiopi, ivoriani e ghanesi. Ma altri 10 extracomunitari, fra cui i due capi dell’organizzazione, sono irreperibili e si trovano in Libia mentre in manette è finito, a Civitavecchia, mentre tentava di lasciare l’Italia, il fratello di uno dei due boss, l’eritreo Asghedom Ghermay.
«La banda – ha spiegato Scalia – pretende 4 tipi diversi di pagamento: uno per la traversata del deserto, parliamo di 5.000 dollari. Dalla Libia, poi, per il viaggio in mare, ciascun migrante deve pagare circa 1.500 dollari e, una volta giunto in Italia, e lasciati i centri di accoglienza dopo le operazioni di identificazione, gli extracomunitari sborsano tra i 200 e i 400 euro per il soggiorno clandestino. Infine, per raggiungere il Nord Europa e ricongiungersi ai familiari servono altri 1.500 euro».
Il magistrato ha spiegato che i metodi di pagamento scelti dall’organizzazione, chiaramente illegali, sono sicuri e consentono di evitare la tracciabilità del denaro. Ai personaggi fermati dalla polizia, la Procura di Palermo ha contestato anche il reato di abusivo svolgimento dell’attività di intermediazione finanziaria.
E, infatti, ora «tutti i dati emersi da questa indagine verranno comunicati a Eurojust e a Europol in modo che ci possa essere un proficuo scambio di informazioni e, attraverso le banche dati, si possano riscontrare gli esiti delle nostre inchieste con quelli delle autorità giudiziarie di altri paesi europei».

Postepay e Hawala, ecco i metodi di pagamento usati

La Procura di Palermo ha anche accertato che a ciascun migrante pronto a partire per le coste italiane l’organizzazione assegnava un numero che consentiva ai “cassieri” della banda di sapere con assoluta precisione chi avesse pagato per i “servizi” resi dall’organizzazione criminale.
Di fatto l’etiope Ermias Ghermay, tra i capi della rete transnazionale di trafficanti di uomini sgominata dalla Sco e dalle squadre Mobili di Palermo e Agrigento, non lasciava nulla al caso.
I pagamenti delle prestazioni assicurate dai trafficanti – l’esborso per il viaggio verso l’Italia e la gestione clandestina della permanenza nel nostro Paese fino al trasferimento nel nord Europa, meta finale dei migranti, avvenivano in contanti, tramite postepay o servizi di trasferimento monetario come Western Union, ma anche per mezzo della cosiddetta Hawala, un antico metodo di pagamento a distanza, tipico del mondo arabo, che ora si avvale di moderne tecnologie: la trasmissione dell’ordine di pagamento avviene via telex o internet, è quasi impossibile da intercettare, può essere confermata per telefono, aggira i canali ufficiali, non lascia tracce ed è quindi un mezzo spesso usato per il riciclaggio di danaro sporco e di finanziamento di operazioni terroriste.

Così hanno fatto entrare 5.400 immigrati in Italia

Considerevole il volume di affari della banda scoperta che avrebbe gestito centinaia di migliaia di dollari. Dall’inchiesta è emerso che solo in alcuni mesi del 2014 sono stati una quindicina i viaggi organizzati. In tutto i trafficanti di uomini avrebbero gestito la traversata verso l’Italia di più di 5.400 persone. Dalle indagini è emerso che l’organizzazione intascava tra i 1500 e i 2000 dollari per ciascun migrante.
Due i personaggi chiave dell’organizzazione accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione e della permanenza clandestina: l’etiope Ermias Ghermay e l’eritreo Medhane Yehdego Redae.
Sono loro i capi dell’organizzazione transnazionale che opera tra centro Africa, Maghreb, Italia e Nord Europa e gestisce la rotta terrestre degli immigrati, in alcune occasioni addirittura “acquistando”, da altre bande criminali, gruppi di africani tenuti sotto sequestro e diretti in Italia.
I due curerebbero anche la fase della permanenza sulle coste libiche degli extracomunitari in partenza per la Sicilia tenendoli prigionieri sotto la vigilanza di guardie armate fino all’imbarco.

Una base dei trafficanti anche dentro al Cara di Mineo

Raggiunta l’isola, l’organizzazione criminale di Ermias e Redae metterebbe i profughi in contatto col resto della banda che opera in Italia, a Catania, Agrigento, ma anche Milano e Roma, per organizzarne la fuga dai centri di accoglienza – una base della rete è stata scoperta nel Cara di Mineo il più grande d’Europa per il quale è indagato, in un’altra indagine, anche il sottosegretario di Renzi all’Agricoltura, Giuseppe Castiglione di Ncd – e permettere loro, in cambio di altro denaro rispetto a quello pagato per la traversata, di raggiungere il nord Europa. Importante anche il ruolo di un terzo indagato, Asghedom Ghermay, detto “Amice“, che opera in Sicilia, a Catania, e tiene i contatti con i trafficanti africani. L’eritreo, che può contare su una rete di complici che operano nel Cara di Mineo, mette in contatto i migranti giunti sull’isola con parenti che vivono nel nord Europa, recupera i soldi per consentire loro di raggiungere i familiari e organizza eventuali soggiorni intermedi. Il tutto in cambio di cifre che vanno dai 250 ai 1000 euro a persona.
L’inchiesta è la prosecuzione di una precedente attività investigativa avviata dopo il tragico naufragio del 2013. Allora gli investigatori individuarono uno degli scafisti, poi condannato a vent’anni di carcere, e scoprirono il suo ruolo nella rete di trafficanti di uomini che intercettava immigrati durante il viaggio nel deserto, li rapinava, li torturava e pretendeva da loro denaro per la liberazione, prima di consegnarli ad un altra banda che gestiva la traversata.
Gli indizi che hanno poi portato gli inquirenti ad individuare il network criminale azzerato oggi e i capi dell’organizzazione come Ghermay e Redae. Attraverso le intercettazioni telefoniche delle utenze di Ghermay è stato possibile risalire all’identità degli altri componenti dell’ organizzazione criminale, fermati oggi, e i loro ruoli.
Ghermay, che vive e opera a Tripoli e Zuwarah, è latitante dal luglio del 2014, quando nei suoi confronti su emesso un provvedimento cautelare, esteso anche in campo internazionale, dopo il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa, in cui persero la vita almeno 366 migranti. Del tragico viaggio l’etiope è ritenuto organizzatore e responsabile.