Manager pubblici a stecchetto, ecco chi dovrà rinunciare allo champagne

Dovranno forse rinunciare a qualche magnum di champagne. Ma in tempi di crisi, ci può pure stare. In fin dei conti se c’è chi con lo stipendio non arriva neanche a metà mese e chi deve fare tutti i giorni i conti con una pensione da 500 euro, può succedere che i boiardi di Stato debbano rinunciare a stipendi che sfiorano il milione di euro l’anno. Per capire come se la passino ora i “nuovi poveri” dopo la sforbiciata degli stipendi milionari imposti ai supermanager delle società non quotate controllate dal Mef, il Tesoro ha scattato una fotografia sui primi effetti che, nel 2013, ha avuto la stretta sugli stipendi per la spending review. Il fermo immagine si riferisce appunto al momento in cui erano scattati i primi adeguamenti con il limite massimo imposto di 311 mila euro. Che restano, comunque, un bel gruzzoletto.
In teoria sono 20 le società che sono interessate dal provvedimento ma, nel 2013, per iniziare, solo i manager di 6 aziende – quelle che hanno rinnovato i Cda – hanno visto diminuire i propri stipendi. Nel frattempo, però, è arrivata la seconda sforbiciata che ha gettato nel panico i boiardi: dai 310.000 euro iniziali sono stati costretti a lasciare sul tappeto della sanguinosa trattativa al ribasso altri 70.000 euro annui. Insomma si sono dovuti accontentare, alla fine, di “soli” 240.000 euro l’anno. Interessate, nel 2013, 6 società, quelle che hanno rinnovato i cda, su un totale, si legge nel dossier, di 20.
Vediamo allora, spulciando la relazione, firmata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, e inviata al Parlamento il 15 gennaio di quest’anno, chi dovrà rinunciare al boccione di champagne.

Sfalciati i superstipendi milionari dei boiardi di Stato

Nel 2013 il vincolo dei 311 mila euro, corrispondente al trattamento economico annuale del primo presidente della Corte di Cassazione, comprensivo di tutti gli emolumenti spettanti in virtù della carica ricoperta, ha «trovato concreta applicazione – spiega il Tesoro – esclusivamente nei confronti delle società non quotate, direttamente controllate dal ministero dell’Economia e delle Finanze, i cui consigli di amministrazione sono stati rinnovati nel corso del 2013». Sul ceppo hanno dovuto dunque posare il collo i supermanager di Anas, Invitalia, Coni Servizi, Sogin, Mefop e Invimit. In tutto sei.

Scendendo nel dettaglio, Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, ha visto scendere la remunerazione deliberata per l’ad, Domenico Arcuri, a 300 mila euro annui lordi. Nel triennio precedente, 2010-2013, l’importo era di 750 mila euro, considerando la parte variabile.
Lo stesso è accaduto per l’amministratore unico di Anas, Pietro Ciucci, passato a 301 mila euro da 750 (calcolando il valore massimo della parte variabile).
Hanno dovuto tagliare per stare nei ranghi anche il Coni, al rinnovo del Cda per il nuovo ad sono stati previsti 240 mila euro (nel triennio precedente erano 320 mila euro).
Sforbiciata anche per la Sogin (da 551 a 242 mila euro).
Il “Rapporto sullo stato di attuazione del Regolamento relativo ai compensi per gli amministratori con deleghe in Società non quotate, direttamente controllate dal Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2013”, era stato previsto, con cadenza annuale, dal decreto ministeriale di fine 2013. Il documento definisce anche il perimetro dei soggetti coinvolti, spiegando che sono escluse le società che emettono strumenti finanziari quotati, sia di natura azionaria che obbligazionaria (non vi rientrano quindi Enel, Eni, Finmeccanica, Ferrovie dello Stato italiane, Poste italiane e Cassa depositi e prestiti). Per altri ragioni restano fuori anche altre società.
Quelle interessate sono quindi di fatto 20: dall’Anas alla Rai, da Invitalia al Coni, dall’Istituto Luce-Cinecittà, all’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, dalla Sogei all’Enav, passando per la Consip.