L’Isis rivendica l’attentato di Jalalabad: «Il kamikaze è uno dei nostri»

È stato rivendicato dall’Isis l’attentato a Jalalabad, nell’Afghanistan orientale, che ha provocato almeno 38 morti e 129 feriti. Il kamikaze «è uno dei nostri», è stata rivendicazione dello Stato islamico, di cui ha parlato anche il presidente afghano Ashraf Ghani, senza però sbilanciarsi sulla sua autenticità. Se la firma dell’Isis venisse confermata, si tratterebbe della prima operazione dello Stato Islamico in territorio afghano.

La dinamica dell’attentato

Il kamikaze, a bordo di un moto-risciò, si è fatto esplodere fra le persone in fila davanti a una banca, nel giorno in cui Ghani aveva deciso di lanciare un solenne invito ai talebani a unirsi a un dialogo di pace nazionale. In particolare, nel mirino dell’attentatore è finita un’agenzia della Kabul Bank utilizzata dal governo per il pagamento degli stipendi a soldati e agenti di polizia impiegati nella città capoluogo della provincia di Nangarhar e vicina al confine con il Pakistan. Lo scoppio, avvenuto a ridosso del check-point vicino alla banca, è stato potente e ha investito le centinaia di persone in attesa del loro turno per poter entrare.

La condanna dei talebani

I primi soccorritori si sono immediatamente resi conto della gravità della situazione e, in attesa delle ambulanze, numerosi corpi sono stati trasportati verso gli ospedali cittadini con auto private e taxi. Minuti dopo l’esplosione il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha preso a sorpresa le distanze via twitter, non solo negando ogni responsabilità degli insorti, ma addirittura condannando senza mezzi termini il gesto. Subito dopo, invece, ai media è giunto un altro tweet, questa volta di Shahidullah Shahid, ex portavoce dei talebani pachistani e da questi espulso, che ha rivendicato l’attentato a nome dell’Isis.

La foto dell’attentatore su Twitter

Non Shahid, ma un anonimo ha poi pubblicato su twitter la foto del presunto attentatore, chiamato Abu Mohammad, che con il volto coperto è seduto su tappeti, mentre un kalashnikov è appoggiato al muro sopra una bandiera nera. La scritta sul drappo nero recita: «Non c’è altro Dio al di fuori di Allah. E Maometto è il Profeta di Allah». Le parole leggibili sul copricapo sono: «Il Califfo è dentro di noi». Senza sbilanciarsi sull’autenticità della rivendicazione, il presidente Ghani ha osservato in un discorso dalla provincia di Badakhshan che  «c’è stato un cruento attacco nella provincia di Nangarhar, e chi ne ha rivendicato la responsabilità? I talebani non lo hanno fatto, ma l’ha fatto Daesh (acronimo arabo di Stato Islamico, ndr)».

I dubbi sulla mano dell’Isis

Chi dubita della mano dell’Isis nell’azione fa notare che in giornata a Jalalabad vi sono stati altri due attentati, uno contro un luogo di preghiera islamico e uno contro un’auto civile, mentre la polizia ha fatto esplodere due ordigni localizzati per tempo. Si è trattato quindi di un piano di attentati complesso che l’Isis senza una base reale in Afghanistan non avrebbe potuto gestire. Numerose le condanne per quanto avvenuto. La più decisa è stata forse quella del rappresentante speciale dell’Onu a Kabul Nicholas Haysom, il quale ha sostenuto che «questo tipo di attentati sono assimilabili a crimini di guerra» e che i loro autori «vanno severamente puniti».