Italicum con strappo. Chi sono i 38 dissidenti del Pd che hanno bocciato Renzi

Il day after la prima fiducia sull’Italicum risente dello strascico dei 38 dissidenti eccellenti. In attesa delle altre due fiducie delle prossime ore prima del voto finale a scrutinio segreto della prossima settimana i riflettori sono puntati sulla spaccatura nel Pd con la truppa di 38 deputati che non hanno votato e gli altri, oltre 60, che hanno boicottato la fronda confermando la fiducia a Matteo Renzi.

 I 38 dissidenti

Su tutte le pagine campeggiano foto e nomi dei dissidenti, alcuni dei quali big del partito o del sindacato o segretari del passato pre-rottamazione come Pierluigi Bersani, Rosy Bindi, Enrico Letta, Guglielmo Epifani. Ecco in ordine alfabetico i 38 dissidenti finiti nella black list del Nazareno:

Roberta Agostini, Tea Albini, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Luisa Bossa, Vincenza Bruno Bossio, Angelo Capodicasa, Eleonora Cimbro, Pippo Civati, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Guglielmo Epifani, Marinella Fabbri, Gianni Farina, Stefano Fassina, Vincenzo Folino, Paolo Fontanelli, Filippo Fossati, Carlo Galli, Andrea Giorgis, Marialuisa Gnecchi, Monica Gregori, Francesco Laforgia, Enrico Letta, Danilo Leva, Patrizia Maestri, Gianna Malisani, Marco Meloni, Anna Margherita Miotto, Michele Mugnato, Delia Murer, Giorgio Piccolo, Barbara Pollastrini, Roberto Speranza, Nico Stumpo, Guglielmo Vaccaro, Giuseppe Zappulla e Davide Zoggia.

Bersani e Cuperlo

A guidare la pattuglia di ribelli oltre all’ex segretario  Bersani («Si ricordano degli ex leader per chiedere lealtà, non quando rimuovono dalla commissione o non ti invitano alle feste») l’altro leader della minoranza dem, Cuperlo, già competitor di Renzi alle primarie per il quale il no alla fiducia «è stato un segnale legittimo e necessario di fronte a  un’imposizione del governo che comunque peserà sui termini e tempi della legislatura». Tra i cuperliani in 14 lo seguono e in 7 si sfilano votando la prima fiducia.

Gruppi autonomi?

Alcuni parlamentari di Area riformista si sono fatti  promotori di un documento in cui rivendicano il ruolo di minoranza nel Pd ma una minoranza dialogante, che dice no alle «prove muscolari». Irremovili sul no anche Letta, ancora bruciato dallo sgambetto di Matteo, e gli ex lettiani come Meloni e Vaccaro, Fassina e Civati, Bindi e Miotto. Un fronte comune delle minoranze che secondo Bindi segna la “rinascita dell’Ulivo” dentro il Pd. Un fronte che qualcuno, come Civati e Fassina, sarebbe disposto a tradurre anche in gruppi parlamentari autonomi. In gioco c’è la costruzione di un’alternativa a Renzi, in vista del prossimo congresso del Pd. Ma c’è anche la linea da tenere d’ora in poi verso il governo.: il prossimo banco di prova sarà il voto finale dell’Italicum, su cui potrebbe allargarsi l’area del dissenso.