Italicum: il pugno di ferro di Renzi nel silenzio dei paladini della libertà

L’avesse fatto Silvio Berlusconi, di sostituire dieci, diconsi dieci parlamentari del suo stesso partito dalla Commissione affari costituzionali della Camera impegnata a valutare l’Italicum, sarebbero venute giù le cateratte. I paladini della libertà e della democrazia vilipesa, i trombettieri della sacralità delle istituzioni e tutto insieme il caravanserraglio snocciolatore degli immortali principi avrebbero ululato all’unisono. Inoltre, siccome siamo in prossimità del 25 aprile siamo certi che i sempre pronti e sempre attenti reduci delle radiose giornate si sarebbero intestati il valore della protesta popolare contro l’ignominia antidemocratica passando poi, la settimana successiva, il testimone ai volenterosi sindacalisti che non avrebbero avuto dubbi nell’intitolare la festa del lavoro alla difesa della democrazia conculcata. Ecco, questo è quello che sarebbe accaduto se l’avesse fatto Berlusconi.

Pugno di ferro sull’Italicum

Ma, ed è un ma grande come una casa, a decidere d’autorità di sostituire i dieci deputati, tra i quali l’ex segretario  Bersani e gli ex presidenti Bindi e Cuperlo, è stato il Matteuccio nostro (come direbbe il suo recente mentore Giulianone Ferrara) e perciò fermi tutti: la democrazia è bella che salva. Anzi, la spiegazione è pronta e spiattellata ai quattro venti. Renzi in direzione, dove ha una maggioranza schiacciante, ha detto chiaro e tondo che sull’Italicum non accetta veti né scherzi. E siccome i mugugni dei pochi oppositori si sono ripetuti, ha agito d’autorità: ordinando la sostituzione in blocco di quanti – in commissione – avrebbero potuto buggerarlo, rimandando la legge elettorale nel Vietnam di Palazzo Madama. Democrazia? Libertà? Rappresentanza? Disciplina di partito? Parole. Parole buone per i gonzi o per sbeffeggiare gli avversari. Con l’ascensione di san Matteo Renzi, tutto è cambiato nella politica nostrana. Lui, grazie alle primarie, a quel tipo di primarie, ha scalato il partito e adesso se lo sta modellando a sua immagine. Ovvero: lui ordina e gli altri eseguono. Pugno di ferro e tutti zitti. Come dire che al Nazareno, e quindi a Palazzo Chigi, s’è insediata l’antica e pure simpatica fisionomia del Marchese del Grillo. Quello che nella magistrale interpretazione di Sordi spiega ad Aronne, vittima di turno: “Io so io e voi nun sete un cazzo!“. Esattamente ciò che sta facendo Renzi. Nel silenzio di tanti cantori della democrazia. Momentaneamente afoni.