Tre italiani su 4 sfiduciano i magistrati. E spunta l’idea di indottrinare i media

La tentazione era forte. E, infatti, in molti non hanno resistito. Il giorno dopo la sparatoria al Tribunale di Milano, prima ancora di dare sepoltura alle vittime, c’è stato chi ne ha approfittato per strumentalizzare la vicenda – di usare quei morti, insomma – per fare un po’ di politica giudiziaria. E di puntare il dito contro quanti «delegittimano la magistratura», contro quelli che mancano di rispetto alla casta giudiziaria. L’idea, propinata in queste ore anche da alcune toghe che non rinunciano alla ribalta mediatica, è che la mano del killer sia stata armata proprio da chi attacca la magistratura. Una sorta di responsabilità morale, secondo le più retrive teorie inquisitorie che tanto piacciono ad alcuni magistrati. Il sospetto, però, anche in questo caso, è che sia la casta giudiziaria a mancare spesso di rispetto a sé stessa. E alla Giustizia. Oltreché ai cittadini.
Forse, allora, vale la pena di andare a vedere qual è, davvero il grado di fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura. E come la magistratura vede sé stessa e i cittadini che la giudicano. I dati non mancano. E, a ben guardarli, spiegano tante cose.
Tre mesi fa il quotidiano La Repubblica, che certo non può dirsi ostile alla corporazione dei magistrati, commissiona un sondaggio all’agenzia Demos per tastare il polso ai cittadini e capire qual’è il grado di fiducia che ripongono nelle istituzioni. Sotto la lente finisce lo Stato nella sua complessità ma, poi, nel dettaglio, tutte le sue declinazioni: partiti, sindacati, Parlamento, Comuni, Regioni, Unione europea, capo dello Stato, fisco, perfino la democrazia come forma di governo. E, appunto, la magistratura. La fotografia che ne esce è disarmante. Racconta di una società disillusa, pessimista, rassegnata tanto agli scandali e alla corruzione quanto all’ingiustizia. Ne escono male tutti. I partiti, ovviamente: 97 italiani su cento hanno una sfiducia totale. Il Parlamento: solo 7 cittadini su 100 dicono di averne fiducia. La democrazia: due terzi degli italiani ritengono che sia la peggior forma di governo. E poi, arriva, appunto, il giudizio, impietoso, sulla magistratura. Era il 2010 quando un sondaggio cristallizzò la sfiducia dei cittadini nelle toghe: il 50 per cento non ci credeva. Quattro anni dopo una caduta verticale precipita la magistratura al 33 per cento: due italiani su tre si fanno il segno della croce prima di mettersi nelle mani della magistratura. Il saldo di fiducia precedente è stato eroso anno dopo anno, salvo gli ultimi sette punti persi di botto nell’ultimo anno. Una perdita di fiducia inarrestabile, insomma. Se prosegue di questo passo le toghe rischiano di trovarsi sullo stesso piano dei partiti nel giro di quattro anni.
D’altra parte il sondaggio della Demos non fa che confermare quanto accertato appena 12 mesi prima dall’Eurispes nella sua ricerca del 2013: «Può esprimere il suo livello di fiducia nel Governo, nel Parlamento, nella Magistratura e nel Presidente della Repubblica?», chiedono i ricercatori dell’Istituto agli intervistati. La risposta è tranchant: il 56,4 per cento non ha fiducia nelle toghe. E si badi bene: la domanda riguarda proprio la magistratura, non la Giustizia nel suo insieme né come concetto astratto. Insomma è proprio la magistratura ad attirarsi la sfiducia degli italiani.
E il sondaggio Eurispes del 2015 da la mazzata finale alle toghe. E’ lo stesso Gian Maria Fara, presidente dell’Istituto a definire «preoccupante e inatteso» il risultato del sondaggio relativo specificatamente ai magistrati. Che sono costretti a incassare un altro ceffone dagli italiani: il tasso di fiducia nei magistrati passa dal 41,4 del 2014 ad appena il 28,8 per cento. In pratica 3 italiani su 4 hanno sfiducia nelle toghe. Fra tutti i poteri dello Stato è quello che perde più consensi in assoluto. Una debaclè che dovrebbe suggerire ai magistrati di farsi un sano esame di coscienza.  Macché. Uno dei pochi che capisce che sarebbe ora di dare una svegliata alla categoria è il primo presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce. Che il 23 gennaio di quest’anno nella sua consueta relazione per la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario picchia duro salutando definitivamente l’iconica era di Mani Pulite e la fiducia, che, grazie a quelle vicenda, la magistratura si era guadagnata sul campo. Dopo di lì, il diluvio. Santacroce non ha difficoltà ad ammettere che, dal ’92, le toghe hanno perso smalto, anzi, hanno subìto una «parabola discendente». Motivo? Il primo presidente di Cassazione identifica le cause: da un lato la «disaffezione» dei cittadini, dall’altro le «credenziali mortificanti» che gli stessi magistrati presentano. Ed è un elenco infamante: dalle «forme di protagonismo, cadute di stile e improprie esposizioni mediatiche», alla lentezza dei processi, dalle «frequenti tensioni e polemiche», soprattutto fra i pm al degrado delle carceri. Una sommatoria di cause che finisce per infangare irrimediabilmente la reputazione della magistratura. «Prevale la necessità di restituire alla giurisdizione il ruolo attivo di garanzia dei diritti dei cittadini, agli occhi dei quali il giudice – sottolinea Santacroce citando Plutarco – non solo deve essere indipendente e imparziale dagli altri poteri dello Stato, ma deve anche apparire indipendente e imparziale».
E per quei colleghi che faticassero a capirlo, Santacroce affonda il coltello nel burro: «La giustizia deve saper parlare ai cittadini, che è cosa diversa dal rincorrere il consenso popolare o un’immagine mediatica»e «i magistrati dovrebbero sentirsi sempre meno potere e sempre più servizio». Quello che chiede Santacroce, da un lato per recuperare la fiducia dei cittadini e, dall’altro, per rendere, davvero, la giustizia un servizio ai cittadini, è di «dominare le spinte provenienti dal proprio carattere, dalle proprie vedute personali, dai propri convincimenti ideologici» assumendosi «le proprie responsabilità e accettando anche le critiche che, a torto o a ragione, vengono rivolte all’istituzione giudiziaria».
Parole al vento. Basterebbe andare a ripescare la Relazione finale del gruppo di lavoro dell’ENCJ dal titolo “Judiciary and the media” – Magistratura e mass media. Dall’incontro, al quale hanno partecipato i rappresentanti di diversi Paesi fra i quali l’Italia, è emersa la convinzione che sia colpa dei mass media se la fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura è alle stalle anziché alle stelle. Insomma, capacità di autocritica pari allo zero. Per non dire della mancanza di umiltà. «I partecipanti – rileva il Consiglio Superiore della Magistratura che presenta il rapporto finale dell’incontro con un certo orgoglio sul proprio sito internet – sono stati d’accordo nel dire che i mass-media devono svolgere un ruolo nell’assicurare a tutti i cittadini il diritto ad un equo processo». In definitiva, secondo il Csm e il gruppo di lavoro dell’ENCJ, non sono i magistrati a dover garantire a tutti i cittadini il diritto a un equo processo, ma i media. Poche idee e pure confuse. Nel solco di questa assurda convinzione, il gruppo di lavoro dell’Ency cita alcuni programmi di indottrinamento dei media messi in atto nei vari Paesi europei, si stupisce, addirittura, che alcuni giornalisti si siano rifiutati di partecipare a questi corsi di indottrinamento per timore di perdere la propria indipendenza – la magistratura, evidentemente, tiene molto alla propria indipendenza ma altrettanto poco a quella della stampa tanto da promuovere questi corsi di indottrinamento – e addirittura arriva alla conclusione, veramente apodittica e antidemocratica, secondo la quale «i membri del gruppo di lavoro appoggiano l’idea di fornire informazioni mirate, il che, in effetti, costituisce una “manipolazione” positiva delle informazioni ma al fine di garantire la tutela della magistratura». Come dire: c’è, in effetti, una manipolazione dei media, delle informazioni e, quindi, in ultima analisi, del cittadino. Ma, questo, è fatto a fin di bene, per tutelare la magistratura. Neanche nei peggiori regimi si è mai sentita una cosa del genere. Altroché il bagno di umiltà che ha chiesto Santacroce ai colleghi per tentare di riconquistare la fiducia dei cittadini.