Rubei e l’intuizione dei Campi Hobbit: un’alternativa alla lotta armata

In tantissimi stanno rivolgendo un pensiero a Giampiero Rubei in queste ore. E tutti avranno un ricordo personale da mettere in primo piano. Ma c’è un episodio tutt’altro che marginale nella vita di Giampiero Rubei che merita di essere sottolineato per la sua portata storica. Fu infatti uno degli ideatori del primo Campo Hobbit (a Montesarchio, in provincia di Benevento) nell’estate del 1977. Una piccola rivoluzione, di cui solo a distanza di tempo si sarebbe compresa la portata: trasformare i neofascisti da “picchiatori” o nostalgici in ragazzi capaci di parlare il linguaggio del proprio tempo, di comunicare le proprie speranze con quel linguaggio.

La “rivoluzione impossibile”

Una rivoluzione che Marco Tarchi ha definito “impossibile”: si voleva, ha spiegato il politologo fiorentino nel libro La rivoluzione impossibile. Dai Campi Hobbit alla Nuova destra (Vallecchi, 370 pp, 18 euro), arrivare a un profondo svecchiamento dell’ambiente, e ancora si cercava “l’abbandono della nostalgia per l’autoritarismo fascista, il confronto aperto con la modernità e i suoi problemi, l’apertura di un dialogo franco con gli avversari, con i quali si sentiva di avere, oltre ad un certo numero di divergenze ideali, un buon numero di affinità psicologiche e di preoccupazioni comuni”. Tutte cose che oggi sembrano ovvie, o addirittura talmente scontate da apparire anacronistiche o superate ma non lo erano affatto in un periodo in cui chi militava a destra sembrava non avere altra scelta tra l’essere braccato o, a sua volta, braccare il nemico.

I Campi Hobbit alternativi alla lotta armata

Giampiero Rubei – insieme agli altri esponenti della componente del Msi che faceva capo a Pino Rauti – ebbe la felice intuizione di sostituire la nostalgia con la musica e con lo spirito comunitario. Scelta di prospettiva e all’avanguardia, scelta che certo contribuì ad aprire una prospettiva differente negli anni in cui anche diversi militanti della destra politica scivolavano verso la deriva della lotta armata. Un’idea che poi avrebbe preso ancora forma – e con dimensioni ben più grandi – con le manifestazioni jazz. Forse è proprio questo uno dei motivi per cui il mondo della destra, commosso in queste ore dalla notizia della sua morte, dovrebbe rendergli omaggio e riservargli un posto d’onore tra coloro che non si dimenticano.