Expo, ora parlano i ragazzi: «Ecco la vera storia dei lavori rifiutati»

Ora a parlare sono loro, i ragazzi “accusati” di aver rifiutato di lavorare a Expo, con stipendi da 1300-1500 euro al mese, a causa degli orari di lavoro troppo impegnativi o dell’assenza di vacanze e festivi. E la storia che raccontano è parecchio diversa da quella dei “bamboccioni choosy” che si sono ritrovati a leggere sulle cronache delle prime ore.

La notizia “choc” sui lavori rifiutati

La notizia del “gran rifiuto” di massa era stata data dal Corriere della sera, dati ufficiali alla mano: «Il 46% dei primi selezionati è sparito al momento della firma», si leggeva nell’inchiesta, che sommando i rifiuti dei successivi selezionati arrivava a una percentuale di no da lasciare senza parole: «Alla fine, si può considerare che circa l’80 per cento delle persone arrivate a un passo dalla firma abbia lasciato spazio ad altri». E se i numeri sono numeri, questi numeri hanno suscitato in ciascuno una domanda più che naturale: com’è possibile che in questo Paese, in questa situazione economica e di fronte a una opportunità come quella dell’Expo si sia verificata una cosa del genere?

La versione di Martina

In molti hanno risposto – o meglio hanno lasciato intuire la risposta – addossando la “colpa” sui ragazzi italiani (si parla di posizioni per under 30), ma questa interpretazione ha trovato presto repliche sui social, dove più d’uno ha voluto raccontare la sua esperienza. In particolare c’è una testimonianza che in queste ore sta girando moltissimo e che risulta piuttosto efficace perché molto dettagliata. È quella di Martina Pompeo, una laureata piemontese che ha spiegato di aver avuto il primo colloquio di selezione a gennaio e di non aver avuto più alcuna notizia fino al 10 aprile quando una nota agenzia di lavoro interinale l’ha contatta dicendole che era stata scelta, ma rimandando a contatti successivi i dettagli dell’assunzione e del corso di formazione che avrebbe dovuto fare. Dettagli che non sono mai arrivati e che, di mail in mail, sono stati rimandati insieme alla data di inizio del corso di formazione: doveva iniziare il 21 aprile, è stato rimandato al 22, la mail di conferma è arrivata il 20 alle 20.30. Il tutto con la prospettiva di uno stipendio da 500 euro al mese e non da 1300-1500.

Era davvero una opportunità?

Martina nel frattempo aveva trovato un lavoro e l’avrebbe anche lasciato per Expo, ma con queste premesse non se l’è sentita perché «non avrei voluto finire nella situazione in cui lasciavo il posto di lavoro attuale per iniziare un corso di formazione che dopo 6 giorni mi avrebbe lasciato a casa senza stipendio». Poiché tutti abbiamo seguito come sono andati i lavori e l’organizzazione dell’Expo, tutti possiamo fare un esercizio marzulliano semplice semplice: farci qualche domanda e darci qualche risposta sulla natura e sulla credibilità dei due racconti, quello dei dati ufficiali e quello di Martina. Ma c’è anche chi introduce un elemento di riflessione meno pratica e di carattere più sociale, come la ragazza dietro lo pseudonimo di Marta Nèmesis: «Divertente leggere di chi si indigna perché alcuni rifiutano di lavorare 7 giorni su 7, 9 ore al giorno con uno stipendio di 1000 euro lordi. Magari incazzatevi perché c’è chi propone questi contratti spacciandoli per opportunità».