I simboli di Dante interpretati da Evola: uno studio li passa in rassegna

Era inevitabile che un filosofo della Tradizione come Julius Evola incontrasse un sostenitore della monarchia universale, dell’Impero, come Dante. Ed è davvero interessante il modo in cui Sandro Consolato, studioso di filosofia e del pensiero tradizionale, in un suo studio dedicato proprio a quest’incontro spiega in che modo i simboli utilizzati da Dante vengano reinseriti da Evola nel lessico metastorico del tradizionalismo (Evola e Dante, ghibellinismo ed esoterismo, Arya, pp.96, euro 18).

Dante fedele d’Amore

Nel suo accostarsi a Dante, Evola utilizza – e non avrebbe potuto essere altrimenti – gli studi di Luigi Valli, per il quale l’autore della Commedia utilizzava un “linguaggio segreto” rivolto ai Fedeli d’Amore, una setta neoplatonica che venerava la Santa Sapienza. Da questo punto di vista Evola vede Dante non come un poeta né come un “ghibellin fuggiasco”, bensì come un iniziato che può compiere la discesa negli Inferi grazie alla forza sovrannaturale simboleggiata da Beatrice, il principio che consente la trasformazione interiore, la “vita nova”.

Dante e la monarchia

C’è poi un’opera, Il Mistero del Graal, nella quale Evola si preoccupa di definire i rapporti tra l’esoterismo di Dante e la dimensione più profonda del ghibellinismo. L’avventura dantesca descritta nella Commedia è “in stretta relazione col problema dell’Impero”, e per questo Evola ravvisa nel Veltro “una figura -scrive Consolato – in cui ritorna il motivo di molteplici saghe e leggende medievali, arturiane e non, e che però si riannodano a miti, più antichi e di più aree tradizionali, come quello del Kalki-Avatàra indù che porrà fine all’età oscura: il motivo di un ‘imperatore atteso, latente, mai morto, ritiratosi in un centro invisibile o inaccessibile’ “. Un’interpretazione che riguarda anche il simbolo dell’albero che rifiorisce nel paradiso terreste, allusione all’idea imperiale da restaurare.

Dante e il primato della monarchia

Nel secondo dopoguerra Dante è ancora, spiega Cionsolato, un’autorità che consente a Evola di rivendicare il primato dell’istituto monarchico in quanto mancando un tale potere, scriverà il filosofo, lo Stato cessa “di presentare i caratteri di un vero organismo, e un ordine vero e stabile, legato ad una idea superiore di giustizia, si rende impossibile e inconcepibile”. In definitiva Dante è un pensatore che occupa un posto importante nella produzione evoliana anche se “per il radicalismo spirituale e politico evoliano Dante rimase invece sempre troppo poco: il suo ghibellinismo fa troppe concessioni al papato, il suo esoterismo ne fa troppe al cristianesimo; il suo eros iniziatico si ferma al di qua dell’amplesso sacro; la sua vita attiva accetta di subordinarsi alla vita contemplativa invece di fondersi con essa”.