Un dribbling, il gol con fallo e la rissa in campo: padre e figlio a processo

Un dribbling sotto porta, il presunto fallo di un attaccante ai danni del portiere e la palla che finisce in rete. È bastato questo a scatenare una rissa in campo che si è risolta nelle aule di tribunale, prima all’Aquila, con il perdono giudiziale per l’aggressore, allora minorenne, che a fine partita si è scagliato contro l’avversario e poi a Pescara, con l’assoluzione del padre dell’aggressore, intervenuto a sostegno del figlio.

 Rissa in campo, padre e figlio contro gli avversari

Padre e figlio, peraltro, hanno rischiato grosso, visto che la vittima dell’aggressione è Eddy Russi, guardia giurata di Pescara e pugile di categoria B, che ha preferito incassare i colpi senza reagire. La vicenda risale al 2009, quando nel campo sportivo adiacente la chiesa San Marco, nel quartiere San Donato di Pescara, è in corso una partita valevole per un torneo di calcio a 5, tra Volvo Trax e Iene Junior. Russi, che è anche uno dei migliori marcatori del campionato, si presenta solo davanti all’estremo difensore avversario: tra i due c’è un contatto, ma la palla finisce nel sacco e l’arbitro convalida la rete. Da quel momento inizia il finimondo, con il portiere che protesta animatamente, sostenendo di avere subito un brutto fallo e con il padre del portiere che, da bordo campo, insulta l’attaccante avversario per tutta la partita. Alla fine della gara si scatena un parapiglia, con il portiere che raggiunge e colpisce a più riprese Russi e con il padre del portiere che si butta nella mischia. Il tribunale dei minori dell’Aquila ha riconosciuto la colpevolezza del giovane aggressore, ma gli ha concesso il perdono giudiziale alla luce della condotta processuale e dell’assenza di precedenti. Il padre del ragazzo, invece, è finito sotto processo a Pescara, assistito dall’avvocato Daniela Terreri, mentre Russi si è costituito parte civile, attraverso l’avvocato Valerio Argentieri. Nonostante sia stato accertato il comportamento non certo ineccepibile, tenuto dal padre dell’aggressore, le testimonianze contrastanti dei presenti, probabilmente legate alla confusione del momento, non hanno consentito di accertare le responsabilità dell’uomo. Il giudice Laura D’Arcangelo ha dunque assolto l’uomo, «perché il fatto non sussiste».