Centrodestra a pezzi ovunque. Le urne diranno se il Cav è un leader finito

Mai elezioni furono più propizie per il centrodestra. Saranno infatti le regionali di fine maggio a risolvere una volta per tutte il tema della leadership e della rifondazione della coalizione: se Berlusconi riuscirà ad evitare il cappotto (Veneto escluso, ovviamente), toccherà ancora a lui sagomare l’alleanza del futuro; in caso contrario, dovrà trarne le conseguenze e uscire di scena. La dead line è la Campania oggi guidata dal forzista Stefano Caldoro, la cui sfida contro Enzo De Luca assurgerà, a secondo dell’esito, a Piave o a Caporetto del centrodestra. Si tratta di una situazione inedita per il centrodestra. Anche in passato non sono mancate polemiche, tensioni e scissioni. Ma Berlusconi ne è sempre venuto a capo o riconducendo tutto il partito sotto il suo carisma oppure – come nel caso di Alfano – recuperando un posizionamento di destra grazie al quale immobilizzava al proprio fianco la Lega e gli stessi FdI. Oggi, invece, e per la prima volta, il Cavaliere è contestato in casa e nel contempo non esercita più identica attrazione verso il resto della coalizione.

Berlusconi alle prese con uno scenario inedito

La piccata e giustificata reazione di Giorgia Meloni alla candidatura in Puglia di Adriana Poli Bortone, dirigente del suo partito, in funzione anti-Fitto ne è un indizio evidente. Gli attuali blocchi pugliesi fotografano un’immagine paradossale con la Forza Italia berlusconiana alleata della sola Lega, entrambe a traino di un candidato governatore non riconosciuto dal suo stesso partito, e in competizione con una Forza Italia2 coalizzata con i centristi di Alfano e Fratelli d’Italia-An. Uno schema che le varie e complesse alchimie locali rischiano di far replicare in altre regioni, con il risultato di trasformare l’ex-partito perno del centrodestra in una specie di Forza Nord. Un esito perfino beffardo alla luce dell’evoluzione “nazionale” di Salvini.

Coalizione di centrodestra in piena “sindrome di Tafazzi”

È fin troppo evidente, tuttavia, che le alchimie territoriali si slatentizzano in maniera così caotica anche perché l’irradiazione della leadership berlusconiana è percepita in misura assai indebolita rispetto al passato. In più, arrivano al pettine i nodi irrisolti di un partito-azienda organizzato da comitato elettorale perenne, di un leader costantemente tentato da pulsioni antipolitiche a dispetto dei due decenni vissuti da indiscusso protagonista nei Palazzi del potere e di una classe dirigente selezionata unicamente – a parte le dovute eccezioni – in base al tasso di conformismo berlusconiano. Doveva accadere prima o poi sebbene resti forte il rammarico per il persistente rifiuto del Cavaliere a considerare per tempo un’uscita ordinata e guidata dal comando interno.  Vent’anni di protagonismo, di speranze suscitate e di successi conseguiti non meriterebbero tuttavia di finire in piena sindrome di Tafazzi, tra risse, ripicche e dispetti reciproci. Se a destra qualcuno ancora ragiona, ora è venuto il momento di dimostrarlo.