L’Expo è sicuro? Mica tanto. Un giornalista piazza una finta bomba (video)

Nel primo pomeriggio anche Matteo Renzi dà fiato ai suoi dubbi. Che sono, poi, quelli di tutti gli italiani: «I sistemi di sicurezza del nostro Paese si poggiano su donne e uomini capaci al limite dell’eroismo, ma il controllo non può permettersi di avere buchi e falle come quelli che ci sono stati nel tribunale di Milano. Bisogna accertare chi, come e perché ha sbagliato. Qualcosa non ha funzionato».

Expo e tribunali: falle nella sicurezza

Nel giorno della sparatoria al Tribunale di Milano, l’Italia realizza di essere un Paese colabrodo per quel che riguarda la sicurezza. Se prima era un sospetto, ora è una certezza. Stanno lì a testimoniarlo non solo i tre morti di Milano ma anche quel video realizzato dal giornalista Sacha Biazzo che, entrato indisturbato nel perimetro del cantiere dell’Expo, ha piazzato una finta bomba sotto Palazzo Italia. Proprio per dimostrare «i buchi e le falle» che ci sono in quelle location che dovrebbero, invece, essere superprotette. Soprattutto con il rischio terrorismo che c’è oggi nel mondo e in Italia. E non è piaciuto a Renzi il modo in cui ha reagito l’amministratore di ExpoSala, alla notizia della finta bomba («c’è chi ha tempo da perdere»). Insomma l’idea è, alla luce di quanto accaduto oggi, di rivedere integralmente e per davvero procedure, uomini, tecnologie e mezzi.
D’altra parte con il passare delle ore si fanno più chiari i contorni della sparatoria in Tribunale. E appare chiaro che quello che è accaduto al palazzo di Giustizia di Milano poteva accadere in qualsiasi altro Tribunale italiano. E non solo.
Al Tribunale di Roma, per dire, vi sono quattro diversi accessi pedonali piantonati oltre a un accesso riservato alle auto. Dal cancello principale che da via Golametto porta dentro gli uffici giudiziaria, il flusso di persone viene smistato dal gruppetto degli agenti carcerari preposti ai controlli: a sinistra viene mandato il pubblico che deve, poi, passare, attraverso i metal detector lasciando che gli oggetti, borse, cappotti e quant’altro, vengano controllati dalle apposite macchine radiogene, a destra, invece, entrano gli avvocati e il pedonale dipendente degli uffici giudiziari “riconosciuti” grazie ai tesserini. Ma lo sparatore di Milano è entrato proprio grazie a un tesserino falso esibito. E ha, evidentemente, saltato i metal detector, esattamente come accadrebbe al Tribunale di Roma. E come accadrebbe in centinaia di uffici sparsi sul territorio.

In 2 anni sequestrati 60 coltelli al Tribunale di Bologna

Proprio in queste ore, per dire, dal palazzo di Giustizia di Perugia sta partendo una lettera accorata indirizzata a prefettura e questura e firmata dal presidente del Tribunale Aldo Criscuolo per sollecitare maggiori controlli: «non possiamo andare avanti così. All’entrata del tribunale civile – dice Criscuolo – c’è solamente un poliziotto provinciale. Da anni ormai abbiamo chiesto tornelli e metaldetector che non ci sono mai stati concessi».
Per comprendere appieno cosa significhi la presenza di un metaldetector all’ingresso di un Palazzo di Giustizia e, naturalmente, le relative procedure affinché nessuno si sottragga ai controlli, è sufficiente rileggersi i dati dei sequestri effettuati dalla polizia giudiziaria del Tribunale di Bologna nella nuova sede di via Garibaldi: in poco più di due anni, dal 2013, il metaldetector ha intercettato fra i cinquanta e i sessanta coltelli sequestrati dagli agenti a persone che stavano entrando negli uffici della Procura. E in alcuni casi le armi sono state trovate a persone che dovevano essere sottoposte ad interrogatorio.

Fermato al palazzo di Giustizia di Genova con un pugnale

Un pensionato proprio ieri è stato fermato al palazzo di Giustizia di Genova quando il metaldetector ha iniziato a suonare: stava entrando con un coltello e ha sostenuto di esserselo “dimenticato” nel borsello. L’uomo, un pensionato di 63 anni, imputato in un processo in corso, è entrato a Palazzo di Giustizia mettendo il proprio borsello sul nastro che passa sotto le telecamere a infrarossi, a quel punto il metaldetector si è messo a suonare e i carabinieri lo hanno bloccato e perquisito trovando l’arma nel borsello. Identificato e denunciato per porto di oggetti atti ad offendere, il pensionato ha continuato a ripetere di esserselo dimenticato. Non è la prima volta che succede a Genova. Nel gennaio scorso un operaio di 50 anni che dove doveva deporre come teste in una causa per un licenziamento, tentò di entrare con un coltello dalla lama lunga 15 centimetri. Anche in questo caso il metaldetector avvisò la vigilanza che bloccò l’uomo e sequestrò il coltello. L’operaio disse di essere un collezionista, di aver acquistato la lama da poco e di essersela dimenticata nello zaino. L’uomo fu denunciato dai carabinieri per il porto abusivo di arma da taglio.
Ma il vero problema sono le procedure. E lo conferma lo stesso ministro Orlando: «Ho incontrato i vertici degli uffici giudiziari di Milano, dalle prime indicazioni sulla dinamica dei fatti possiamo evincere che i sistemi di sicurezza tecnologici erano funzionanti ma – e le indagini dovranno chiarire, – il sistema “di sicurezza” ha visto compiersi un insieme di errori gravi».
Nella totalità degli uffici che andrebbero protetti, infatti, non c’è un reale controllo dell’identità delle persone. Non c’è né tecnologia né procedure per associare i volti ai nomi delle persone. Ed è proprio quello che è mancato per fermare il killer della sparatoria di Milano. Che esibendo un tesserino falso è riuscito a eludere i controlli dei metaldetector e ad entrare armato dentro al Tribunale.