Arpinati, quel fascista irregolare assassinato a freddo dai partigiani

Il 22 aprile del 1945, nella tenuta di Malacappa, in Romagna, veniva assassinato da partigiani garibaldini della Settima Gap Leandro Arpinati, esponente fascista della prima ora, insieme col suo amico di sempre, l’avvocato socialista e antifascista storico Torquato Nanni. Era il giorno successivo all’entrata degli alleati a Bologna. Il gruppo partigiano, nel quale vi erano anche due o tre donne, si presentò alla casa di Arpinati e fece fuoco col mitra, assassinando a freddo i due uomini. Arpinati era da tempo che aveva rotto col fascismo e con Mussolini, anche se qualche mese prima aveva avuto un cordiale colloquio col Duce, per iniziativa di Aristide Sarti, pilota della Repubblica Sociale Italiana, che lo rivoleva insieme a lui. Ma Arpinati rifiutò, dicendo di essere ormai solo un agricoltore. Questo però non lo salvò dalla furia partigiana di quei mesi. «C’è Leandro Arpinati?», urlò il commando partigiano giunto alla casa. E quando lui disse coraggiosamente «sono io», partì una raffica di mitra che lo uccise immediatamente, mentre all’amico Nanni toccò un colpo alla nuca, secondo il consueto costume dell’epoca. I corpi rimasero insepolti per cinque giorni. L’unico del commando comunista sospettato fu Luigi Borghi, capo della polizia partigiana che venti giorni dopo fu coinvolto anche nella strage di Argelato, dove furono assassinati i sette fratelli Govoni. Borghi in seguito riparò, come molti altri partigiani rossi, in Jugoslavia e poi in Cecoslovacchia, per tornare in Italia anni dopo. I responsabili del duplice omicidio comunque non furono né cercati né identificati né tantomeno processati. Leandro Arpinati, è vero, non era uno qualunque, ma era altrettanto vero che dal fascismo-regime si era allontanato da parecchio. Era nato nel 1892 a Civitella di Romagna, lo stesso paese di Nicola Bombacci, altro fascista anomalo e altro fascista che morì in quei giorni, fucilato sulle rive del lago di Como e poi appeso per i piedi a piazzale Loreto. Arpinati, prima socialista poi anarchico, conobbe Mussolini nel 1914, e come lui era interventista. Dopo la Grande Guerra partecipò alla fondazione del fascismo. Divenne poi segretario del fascio di combattimento di Bologna.

Arpinati fu parlamentare per tre legislature e sottosegretario agli Interni

Nel 1921, nel 1924 e nel 1929 fu eletto al parlamento per il Pnf. Nel frattempo fu podestà della città felsinea e poi divenne sottosegretario agli Interni, carica che ricoprì sino al 1933. Fu anche presidente della Fgci e del Coni, ottenendo l’organizzazione dei Mondiali di Calcio del 1934 e avviando la riforma del campionato. Uomo potente ma sempre ribelle, rifiutava adulazione e asservimento, non impose la tessera del partito ai dipendenti del suo ministero, criticava liberamente tutto ciò che non condivideva: si fece numerose inimicizie per il suo carattere individualista, soprattutto quella di Achille Starace, che riuscì a farlo allontanare da Mussolini, col quale peraltro Arpinati ebbe sempre un rapporto molto amichevole e di grande stima reciproca. Frequentava inoltre sempre i suoi ambienti di quand’era ragazzo, socialisti, ora antifascisti, tra i quali Mario Missiroli. Nel 1934 fu addirittura espulso dal partito e inviato per un anno al confino a Lipari. Successivamente tornò alla sua tenuta di Malacappa, dove rimase agli arresti domiciliari fino al 1939 e allontanandosi per sempre dalla politica attiva. Nel 1940 Mussolini lo prosciolse e nel 1943, come accennato, gli chiese vanamente di condividere l’avventura della Rsi. Nel 1945, infine, pagò per avere creduto negli anni Venti in un sogno. Subì certamente numerose ingiustizie da gerarchi del regime, e il suo carattere certo non lo aiutò. Credeva nel fascismo rivoluzionario, in quello delle origini, nel sindacalismo fascista. Quando il fascismo divenne regime, non lo volle seguire. La domanda è perché Arpinati fu assassinato dopo tanto che era sparito dalla scena. Come Starace, aveva lasciato da tempo la politica attiva. Secondo alcuni saggi scritti su di lui, i vincitori, che allora sembravano essere i comunisti, temevano la sua figura, perché avrebbe potuto riproporsi con successo come liberale e anticomunista nella vita repubblicana. Cosa che i vertici partigiani non potevano permettere.