Vita e morte di Giuseppe Solaro, il fascista che credeva nel socialismo

Giuseppe Solaro è un nome ancora sconosciuto agli italiani. La sua storia si è persa in quel mare magnum di immane tragedia che fu la guerra civile italiana. Dove trovò la morte per mano di suoi compatrioti. Pochi in questi settant’anni ne hanno ricordato la biografia, gli atti, le azioni, gli scritti, le iniziative, le passioni e le scelte che lo animavano. E altrettanto pochi ne hanno ricordato la morte, veramente eroica, e sia detto senza retorica, perché Solaro avrebbe potuto salvarsi, in quella Torino insanguinata, ma scelse di rimanere per opporsi al nemico. Invece Solaro fu un grande italiano, e ce lo racconta il libro da poco uscito per le edizioni Eclettica Giuseppe Solaro. Il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street di Fabrizio Vincenti. Classe 1914, Solaro era torinese di modesta famiglia (il padre era ferroviere). Diplomatosi geometra, si iscrisse successivamente alla facoltà di Economia e Commercio, diventando anche rappresentante dei Guf (Gruppi universitari fascisti). L’economia e la politica erano le sue due grandi passioni. Ma già al primo anno di università, il 1937, si arruolò volontario nelle Camicie Nere e partì per la guerra di Spagna. Nel 1940 si laureò e contestualmente fu richiamato alle armi come ufficiale di complemento. Contemporaneamente aveva iniziato a scrivere su varie pubblicazioni, tra cui la Stampa di Torino. Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana venendo nominato da Alessandro Pavolini federale di Torino, in un triumvirato con Domenico Mittica e Luigi Riva, quest’ultimo ucciso pochi mesi dopo uno scontro con i partigiani. In questo periodo Solaro si occupò delle rivendicazioni degli operai della Fiat e svolse con grande impegno il suo ruolo di federale del capoluogo piemontese, seguendo con particolare attenzione l’impegno socializzatore delle classi operaie del Nord. Secondo le testimonianze, Solaro riuscì a evitare molte rappresaglie da parte dei tedeschi. Il 23 aprile del 1945 divenne ispettore regionale per le Brigate Nere.

Solaro dopo il 25 aprile rifiutò di lasciare la “sua” Torino

Quando, dopo la resa, i vertici della Rsi decisero di riparare in Valtellina, Solaro fu tra coloro che sostennero la necessità di rimanere a Torino e opporre resistenza ai partigiani fino all’arrivo degli anglo-americani. Per questo rimase in città e organizzò centinaia di franchi tiratori che dettero filo da torcere alle forze partigiane. Come disse lui stesso, «dobbiamo fare di Torino un’Alcazar». Ma la decisione era irrevocabile, e Solaro dispose la smobilitazione delle Brigate Nere, non senza però prima aver prelevato i loro stipendi alla Cassa di Risparmio con l’ausilio di un blindato. Ma lui non si unì alla colonna fascista in partenza, e rimase insieme con altri tre camerati nel consorzio agrario, che era poco lontano da Casa Littoria, oggi Palazzo Campana. Anche alcuni franchi tiratori rimasero ostacolando in modo sensibile l’occupazione partigiana della città. Preso prigioniero insieme con gli altri, la mattina del 29 aprile subì un sommario processo, come accadde in quei giorni, e condannato a morte mediante impiccagione. Di tale processo, che si svolse a porte chiuse, non ci sono verbali. Si ricorda però quello che avvenne dopo: come usavano fare i partigiani rossi, Solaro fu portato in processione con un camion in via Vinzaglio, dove alcuni mesi prima erano stati giustiziati dai tedeschi quattro partigiani per aver ferito un ufficiale della Rsi, e impiccato. Ma il ramo a cui era stato appeso Solaro si spezzò, e quindi, in stato di semincoscienza, fu impiccato di nuovo a un ramo più robusto. Come capitato per altri assassinati, i partigiani caricarono il corpo di Solaro nuovamente su un camion e lo buttarono nel Po dal ponte Isabella. Dalle rive ci fu un macabro tiro al bersaglio sul cadavere. Ripescato, fu messo in una bara e portato via. Oggi è sepolto al cimitero monumentale di Torino presso il sacrario dei Caduti della Rsi, dove riposa sotto il simbolo della Repubblica Sociale. Aveva 31 anni e due bambine in tenera età, Gabriella e Franca, che non lo hanno mai conosciuto. Nel cinquantenario della morte, una delle figlie nel ricordarlo disse che di lui alla famiglia erano rimaste solo alcune vecchie fotografie sbiadite. Come tutta la classe dirigente fascista, malgrado gli alti incarichi ricoperti, non si arricchì mai, anche se i vincitori lo dissero. Senza essere creduti da nessuno.