Via la medaglia al fascista Mori. Grazie all’Anpi rivive l’odio di 70 anni fa

Insignito di una medaglia alla memoria nel giorno del Ricordo, il 10 febbraio, quando l’Italia rende omaggio alle vittime delle foibe, il fascista Paride Mori è oggi al centro di un’anacronistica polemica che, per i catacombali testimoni del decrepito antifascismo, dovrebbe imbarazzare Palazzo Chigi e la presidente della Camera Boldrini. Mori non fu una vittima degli infoibatori comunisti (morì in un agguato dei partigiani il 18 febbraio del 1944) ma comunque un italiano valoroso, che fece parte del Battaglione Mussolini dei bersaglieri che dopo l’8 settembre del 1943 difese il territorio italiano dall’invasione delle truppe di Tito. Opera assai meritoria ma non abbastanza per la parte che dalle infamie del maresciallo Tito fatica a prendere le doverose distanze.

In un libro la storia e la vita di Paride Mori

Come racconta Alberto Zanettini in un libro dedicato a Paride Mori era  il 9 settembre 1943 quando a Verona “alcuni ufficiali decisero di formare un Battaglione di Bersaglieri volontari, intitolato a “Benito Mussolini”, al quale aderirono in breve tempo, circa quattrocento uomini, il più giovane aveva 15 anni e il più anziano ne aveva 60 … il tenente Paride Mori era tra questi volontari”. “Per circa 20 mesi sopportarono le imboscate, la fame, il freddo, in numero molto inferiore al nemico, stimato ad uno a dieci, ma nonostante ciò resistettero e riuscirono a mantenere saldi alcuni confini nazionali che altrimenti sarebbero passati in mano alle orde comuniste di Tito. Poi il 30 aprile del 1945, a guerra finita, i bersaglieri si arresero ai partigiani di Tito con la garanzia di aver salva la vita e di poter raggiungere da subito le proprie case. Ma i comunisti di Tito non mantennero fede alle promesse, i bersaglieri furono imprigionati, torturati e fatti morire di fame e di stenti, i cadaveri, invece di seppellirli, li gettavano nelle buche che servivano da latrine per i prigionieri. I pochi sopravvissuti fecero rientro in Italia il 27 giugno 1947”. Che Mori non fosse un sanguinario nazista si evince dalle lettere alla moglie e al figlio, cui scriveva: “Come vedi io faccio il bravo soldato e servo la Patria con le armi ben salde nel pugno e tu devi fare il bravo ragazzo amando l’Italia, perlomeno quanto l’ama il tuo Papà e prepararti a servirla quando sarai grande”.

L’arroganza dei vinti e dell’Anpi

L’Italia è invece un paese dove non c’è spazio per la pacificazione  a settanta anni dalla fine del conflitto, dove si specula ancora sull’antifascismo (utilizzato dall’Anpi per mobilitare sparuti manipoli di giovanotti incazzati cresciuti a pane e resistenza e ridicoli nel loro fanatismo), dove si fa fatica a considerare italiani i morti dell’altra parte anche quando furono in vita soldati esemplari. L’Italia è il paese dove vige ancora la legge barbarica non scritta per cui gli eredi dei vincitori presumono di essere più buoni e capaci degli eredi dei vinti in un perpetuarsi di retorica maleodorante che non fa più breccia nella maggioranza dei cittadini ma serve per rimediare lustrini a carriere altrimenti insignificanti come quella della presidente della Camera Laura Boldrini (che si è subito tirata fuori dal giallo sull’onorificenza accordata a Paride Mori dicendo che lei nulla c’entra e nulla sapeva).

La protesta di Giovanni Paglia (Sel)

Eppure c’è stata una commissione che ha vagliato nomi e storie per l’assegnazione delle medaglie. Ora è caccia al “colpevole” che ha dato il via libera all’onorificenza, mentre uno storico non di parte come Giordano Bruno Guerri prende le distanze dall’ennesima giostra di parole che serve a piegare la storia alle esigenze del momento. E al momento si appiglia anche il deputato di Sel Giovanni Paglia, nato nel 1977 e amico dei centri sociali (sulla sua pagina Fb si schiera contro la chiusura di Casa Madiba a Rimini perché il centro “è stato capace di sperimentare una via alternativa di risposta alle grosse problematiche sociali scaturite in questi anni dal perdurare di una crisi, ormai strutturale”) il quale chiede che il governo si scusi e ritiri la medaglia. Questo “compagnuccio” dell’Emilia Romagna prende diecimila euro al mese di soldi pubblici per controllare che i “repubblichini” come Paride Mori siano ricoperti di “ignominia” (è la sua speranza storica, scritta sempre su Fb), per lottare per il riconoscimento dello Stato della Palestina e infine per impedire che le rette delle scuole private vengano rese detraibili come vorrebbe quel “cattivone” di Matteo Renzi con il suo progetto sulla scuola. Da ieri è anche pervaso da pruriginoso fervore per la Coalizione sociale di Maurizio Landini, collaborando con la quale, immaginiamo, contribuirà al radioso futuro del nostro paese. Un futuro che prevede memorie separate per i “buoni” e i “cattivi”. Meglio se i secondi, s’intende, possono costruire esistenze parassitarie sui drammi di settanta anni fa. Per fortuna (unica luce in questa storiaccia di infame prolungamento degli odi del dopoguerra) la storia non fa mai sconti, e va avanti a dispetto di paglie e pagliuzze, ristabilendo torti e ragioni nelle giuste prospettive, lontane dalle inutili, moleste e ormai insopportabili ciance dell’Anpi.