La storia di Fausto Atti, comunista dissidente ucciso dai comunisti

Il nome di Fausto Atti è spesso associato con quello, forse più famoso, di Mario Acquaviva, due leader del Partito comunista internazionalista assassinati dal Pci di Togliatti, e sembra per disposizione dello stesso leader, nel 1945. Il Partito in questione, che tra l’altro è il più antico partito comunista italiano, commise l’errore capitale di schierarsi contro il Pci ufficiale, e lo fece in tempi in cui era pericoloso farlo. Era l’epoca del triangolo della morte (Bologna-Reggio Emilia-Ferrara), zona dell’Emilia Romagna dove – a guerra finita – si contarono migliaia di assassinii a opera delle cosiddette ronde rosse, i partigiani legati al Pci che in questo modo toglievano di mezzo non solo fascisti, possidenti terrieri, sacerdoti, democristiani, ma anche comunisti deviazionisti e nemici personali degli stessi partigiani. Gli omicidi continuarono fino agli anni Cinquanta, quando lo stesso leader del Pci Palmiro Togliatti dovette andare alla federazione di Reggio Emilia per bloccare il bagno di sangue. Molto è stato scritto sul ruolo del Migliore in queste vicende, e certamente la struttura del Pci aiutò molti ex partigiani nella loro latitanza dopo i crimini, favorendone l’espatrio in Unione Sovietica e altrove, come capitò nel caso della famigerata Volante Rossa, gruppo di feroci killer che assassinò tra l’altro anche Franco De Agazio, direttore del Meridiano d’Italia, giornale anticomunista. Quando si celebrò il processo alla Volante Rossa, i protagonisti erano già uccel di bosco. E con loro tanti altri.

Fausto Atti era responsabile del Pci Int per l’Emilia

Tornando alla storia di Fausto Atti, scrive Giampaolo Pansa nel suo saggio del 2009 Il revisionista: «Nel marzo 1945, a Trebbo di Reno, una frazione di Castel Maggiore, in provincia di Bologna, due killer erano entrati di notte nella casa di un comunista dissidente e lo avevano freddato. Si chiamava Fausto Atti, aveva quarantotto anni ed era un bracciante poi diventato operaio. Poteva vantarsi di essere “un compagno del Ventuno”, ossia tra quelli che a Livorno erano usciti dalla casa madre socialista per fondare il Pci. Atti era emigrato in Belgio per sfuggire alla polizia di Mussolini. Qui era stato arrestato dai tedeschi, ricondotto in Italia e mandato al confino di Ventotene. Liberato dopo il 25 luglio, era ritornato a Trebbo e si era fatto conoscere come dissidente, anche lui internazionalista. Dei due che lo uccisero la notte del 27 marzo non si seppe mai nulla». I comunisti internazionalisti attribuiscono l’esecuzione senza alcun dubbio al Pci, definito stalinista. Dalle cronache, sembra che Atti fosse malato e quindi disteso a letto, quando due sicari entrarono i casa, chiesero di lui al figlio, e lo freddarono a revolverate. Dei due non fu mai trovata alcuna traccia e a quanto pare non fu mai neanche fatta una seria inchiesta. La verità sostanziale è che Atti a un certo punto divenne responsabile del partito comunista internazionalista per l’Emilia, e che in tale veste iniziò a fare politica tra i partigiani, sostenendo la necessità che il Cln non gestisse più l’antifascismo né la ricostruzione dell’Italia. Il Pci, che invece intendeva prendere in mano tutto il potere una volta finita la guerra, non poteva tollerare deviazioni ideologiche di alcun genere, reprimendo in ogni maniera ogni dissidenza. La storia ci racconta poi come andò: il silenzio dei massacri, la sordina sui crimini commessi dai partigiani rossi, dei quali sono negli ultimi anni si è venuto a sapere qualcosa, hanno lasciato un’Italia più che mai divisa. I parenti delle vittime non hanno mai parlato per timore di ritorsioni, e a un certo punto fu fatta quasi un’immensa sanatoria per tutto ciò che era successo in quegli anni a cavallo delle fine della guerra: la ragion di Stato, ossia del Pci, lo imponeva. Il risultato è che ancora oggi ci sono divisioni su alcuni valori che dovrebbero essere condivisi in un Paese normale: se si fosse arrivati allora a un’autentica pacificazione nazionale tra fascisti e antifascisti, con ammissione delle reciproche responsabilità, forse oggi l’Italia sarebbe una nazione diversa.