Riforme, sì della Camera. Tre “no” differenti da Forza Italia, bocciatura da FdI

Via libera  della Camera in seconda lettura al disegno di legge sulle riforme che ora torna al Senato. Il pacchetto è passato con 357 sì e 125 no. Confermata la mappa della vigilia con l’assenza dall’Aula dei Cinquestelle, presenti invece di parlamentari di Scelta civica che lunedì avevano dato forfait. Immancabile il tweet soddisfatto di Matteo Renzi che ringrazia  la ministra Boschi: “Voto riforme ok alla Camera. Un paese più semplice e più giusto.#lavoltabuona”.

Il triplice “no” di FI alle riforme

I mal di lancia di Forza Italia della vigilia rientrano solo parzialmente. Alla fine tutti i parlamentari (escluso Gianfranco Rotondi) decidono per il no alle riforme e si accodano alle indicazioni del partito. Lo fanno anche i più scettici che giocano la carta del documento critico: diciassette deputati hanno sottoscritto un testo nel quale si esprimono forti critiche alle linea («questo documento – si legge – dimostra che il gruppo non è né unito né persuaso dalla linea che è stata scelta»). Di ben altra natura è il no  del leader della minoranza, Raffaele Fitto, e dell’ex portavoce azzurro Daniele Capezzone. «Voteremo no senza bisogno di attendere contrordini. Da mesi, in tanti – spiega Capezzone – con Raffaele avevamo presentato emendamenti su cinque questioni cruciali». Poi c’è il no dei fedelissimi che chiedono alla dirigenza di tornare protagonista della politica anche dopo il naufragio del Patto del Nazareno. «Oggi voterò contro perché la scelta del presidente Berlusconi non può essere inascoltata, ma continuerò ad auspicare un rinato protagonismo di Forza Italia», spiega Laura Ravetto. «Quella di Forza Italia è una linea politica elaborata, decisa e votata dagli organismi di partito deputati: l’Ufficio di presidenza prima e l’Assemblea congiunta dei gruppi parlamentari poi. Ma restiamo una forza riformista», spiega Paolo Romani. «Oggi voterò contro le riforme, perché intendo ascoltare e dare seguito all’appello di Berlusconi pur auspicando che Forza Italia non cambi la sua natura», spiega ancora Mariastella Gelmini.

Fratelli d’Italia: un’occasione mancata

«Fratelli d’Italia non è nelle condizioni di fare altro che esprimere un convinto voto contrario alle riforme costituzionali», ha spiegato il capogruppo Fabio Rampelli che in Aula ha definito il testo «un’occasione mancata». Rampelli ha indicato una per una tutte le lacune del disegno di legge: l’assenza del presidenzialismo, l’eccessivo peso delle Regioni nel futuro Senato, l’assenza di “una norma anti-ribaltone”, e non ultimo il mancato inserimento nella Costituzione dell’Inno di Mameli come Inno nazionale e della lingua italiana come lingua ufficiale, nonché l’indicazione di un tetto alla tassazione. Anche la Lega e Sel hanno votato contro il pastrocchio renziano. Da Strasburgo Matteo Salvini ha commentato ironico il no di Forza Italia: «Se fosse così meglio tardi che mai. Essersi resi conto che Renzi è un pericolo per l’Italia è cosa buona».

Il Pd si divide, ma anche no

Non riesce a Renzi il miracolo di tenere insieme il Nazareno. C’è chi come Stefano Fassina non partecipa al voto per dissenso, chi come il solito Gianni Cuperlo si tura il naso, vota sì ma chiede al governo di modificare il testo  in Senato. Anche Pier Luigi Bersani fa la voce grossa, a suo modo. «Il Patto del Nazareno non c’è più, non si dica che non si tocca niente. O si modifica in modo sensato l’Italicum o io non voto più sì sulla legge elettorale e sulle riforme perché il combinato disposto crea una situazione insostenibile per la democrazia». Sarà vero?