Renzi, un uomo solo al telecomando: la riforma Rai serve solo a questo

Per dirla in poche parole, la cosiddetta riforma della Rai voluta da Renzi non solo non libera la Rai dai partiti ma addirittura la rinfila nelle grinfie del governo. Un vero passo in avanti – si fa per dire – se solo si considera che dalla riforma del 1975 alla Gasparri del 2004, passando per la Mammì del 1990 e la legge 206 del ’93, il filo conduttore è sempre consistito nel considerare il Parlamento l’editore del servizio pubblico radiotelevisivo. Una scelta che nella Prima Repubblica comportò come effetto collaterale (ma non per questo indesiderato) la lottizzazione di tutto il lottizzabile: dai tg alle reti, ai conduttori. Si salvarono per miracolo solo le previsioni del tempo. Il sistema raggiunse la sua perversa perfezione con la realizzazione della terza rete, nata – come raccontain Maledetti Professori un uomo di sinistra come Paolo Murialdi ex-Cda Rai – al solo scopo di accontentare il Pci.

La lottizzazione in Rai non c’è perché non ci sono più i partiti

Successivamente, con il Cda nel frattempo ridotto a cinque e tutto di nomina (e di revoca) da parte dei presidenti di Camera e Senato, l’avvento del sistema bipolare trasformò la lottizzazione da scienza esatta in pratica a rischio errori, abbagli ed approssimazioni. Il trasformismo politico di cui cominciarono a riempirsi le cronache dei partiti con cambi di casacca in dosi sempre più massicce, trovò nella Rai il suo riflesso professionale. Ed il rapporto tra politica e la più importante azienda culturale nazionale s’invertì completamente: non era più il partito a lottizzare ma il lottizzato a scegliere il lottizzatore. L’antica concorrenza tra i partiti stava lasciando il posto allo scontro tra schieramenti sul conflitto d’interesse, abilmente declinato negli ultimi vent’anni come interesse al conflitto al solo scopo di conservare alla sinistra «l’argenteria di famiglia» (copyright Giuliano Amato).

Per la sinistra Viale Mazzini è «argenteria di famiglia»

La lottizzazione dalla quale dice di volerci liberare Renzi è in realtà da tempo una foto assai ingiallita. Andando alla polpa, il premier ha introdotto la figura dell’amministratore delegato, proposto dal Cda ma votato dal Tesoro, cioè dal governo. E questo rende la foto della Rai addirittura color seppia dal momento che da almeno trent’anni la giurisprudenza costituzionale è coerentemente attestata sulla Rai del Parlamento. Renzi, insomma, ci sta provando e ancora una volta con astuzia inversamente proporzionale alla lungimiranza che è lecito attendersi da un uomo di governo. In realtà, il premier non vuole liberare la Rai dai partiti, che da un pezzo non ci sono più. La vuole solo per sé come tappa ulteriore del suo percorso di potere. Un uomo solo al tele-comando.