Pirelli cinese, Pininfarina indiana. Requiem per l’industria italiana

Ma che bello! Gli investitori stranieri si comprano l’Italia a prezzi da saldo e gli opinionisti di servizio esultano. In base al concetto che non ha importanza il passaporto del padrone. Basta che il brand sia italiano. E allora magari chiamiamolo marchio e non brand. Così Pirelli è diventata cinese, Pininfarina diventerà indiana, i treni son diventati prima francesi e, quelli rimasti, giapponesi. E le acciaierie divise tra Nord Africa e India, i cinesi nelle banche e nelle finanziarie pubbliche, i francesi nell’alimentare e nell’energia, proprio come gli spagnoli. E poi moda, telefonia, aerospazio. Che bello, che bello!

Pirelli cinese, Pininfarina indiana e c’è chi è contento

Si entusiasmano, i servi. Perché è un esempio fantastico di globalizzazione. E cosa c’è di male se la Cina,in cambio, pretende che i suoi sempre più numerosi connazionali in Italia siano liberi di evadere le tasse, di sfruttare la manodopera, di non rispettare le regole di igiene nei locali, di vendere prodotti pericolosi? Loro comprano le aziende, fanno felici i servi del burattino, qualcosa in cambio dovranno pure avere. Come devono avere qualcosa in cambio gli americani che controllano tante aziende meccaniche, i tedeschi che hanno catene distributive. Tutti devono avere qualcosa in cambio, tranne i sudditi italiani. I padroni, invece, qualcosa ce l’hanno: i soldi incassati per vendere al primo straniero che mette sul tavolo un mucchietto di denaro. Mica e’ colpa loro se gli italiani non comprano. Taccagni quando si tratta di investire, inesistenti quando si deve comperare, prontissimi a vendere.

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