Nozze gay, per Alfano la sentenza del Tar non autorizza nulla

La sentenza del Tar sui  matrimoni gay continua a far discutere. Ampio il ventaglio delle interpretazioni. Il sindaco di Roma , Ignazio Marino, ha esultato alla notizia della sospensiva del tribunale amministrativo nei confronti della  decisione del prefetto che aveva annullato la trascrizione delle nozze all’estero di persone dello stesso sesso, di cui il primo cittadino della Capitale si era fatto promotore ed esecutore. La sentenza, in verità, pur attribuendo al magistrato e non al prefetto il potere di intervento, ribadisce la non riconoscibilità dell’unione tra persone dello stesso sesso. Tesi ripresa dal ministro dell’Interno , Angelino Alfano, il quale sottolinea che tali nozze , secondo  il Tar Lazio, “non si possono trascrivere”. In sostanza il tribunale si è limitato a dire che l’atto di cancellazione non lo devono fare i prefetti, ma i giudici. Questo, però, non cambia la sostanza, secondo il segretario del Nuovo Centrodestra.

Alfano critico con la sentenza del Tar

“C’è – ha ricordato il ministro – il divieto che persone dello stesso sesso si sposino nel nostro ordinamento. Se si vanno a sposare all’estero e pretendono di trascrivere l’atto in Italia fanno una cosa che è contraria alla legge. Non esiste il turismo nuziale o il federalismo matrimoniale”. Ora, ha aggiunto,”ci saranno altri gradi di giudizio e vedremo se è lo Stato o un magistrato a dover cancellare l’atto. Secondo il Tar è il magistrato, secondo noi no”.

Alfano: sulle nozze gay non può decidere il giudice

Posizione chiara, che prelude ad una netta presa di distanza dal Pd del partito di Alfano. Sulla necessità di colmare il vuoto legislativo si è soffermato, in una intervista a La Stampa, l’ex giudice della Consulta, Sabino Cassese. “Le norme vanno fissate dal Parlamento e la confusione è figlia della mancanza di legge – ha ricordato Cassese – L’auspicio era contenuto nel’ultima parte della sentenza della Corte Costituzionale, rimasto purtroppo sospeso. La sentenza della Corte Costituzionale del 2010 ha messo due punti fermi e aperto un problema. Gli elementi certi sono che la Consulta non riconosce il matrimonio tra due persone dello stesso sesso. Ciò nonostante sancisce comunque una condizione assai importante perché riconosce la ‘forma sociale’ di tali coppie, rimandando però al legislatore il compito di regolarizzare tali forme sociali”.